L’Enjôleuse Absinthe - anice e feuille morte

Di Michele Ridella:

L'Enjôleuse AbsintheASSENZIO: L’Enjôleuse (2012), Fût de chêne

GRADAZIONE ALCOLICA: 72%

DISTILLERIA: Paul Devoille

TIPOLOGIA: Verte

 

INTRODUZIONE

Approfitto dell’introduzione per affrontare un dettaglio di questo assenzio che non toccherò durante la recensione vera e propria: l’affinamento in botte. Questo non solo perché non ho mai avuto modo di assaggiare L’Enjôleuse senza affinamento, e mi risulterebbe quindi impossibile fare un confronto, ma anche perché questo è in assoluto il primo assenzio (e, che io sappia, il primo alcolico in generale) con cui entro in contatto che abbia attraversato tale processo. Discuterne va quindi oltre le mie competenze.

 

 

PRESENTAZIONE
Sempre di alto livello: vetro spesso e scuro, bottiglia pesante e chiusura in ceralacca con indicato l’anno di imbottigliamento. Molto bella l’etichetta, e in generale penso che le bottiglie della gamma Les Parisiennes siano le mie preferite in assoluto.


COLORE 9/10
Pre-diluizione:
Un deciso feuille morte, com’è lecito aspettarsi da un assenzio che ha passato un anno in botte e due in bottiglia (anche se, guardando foto e leggendo pareri in giro, pare che L’Enjôleuse non sia mai stato particolarmente verde). Perfettamente trasparente e gradevolissimo. [4,5]
Post-diluizione:
Tinta leggermente olivastra, anche se naturalmente più orientata sul giallo che sul verde. Personalmente il verde in un assenzio mi è sempre piaciuto, ma anche questo colore antico lo trovo davvero bello. [4,5]

 

LOUCHE 18/20
Sviluppo:
Ottimo davvero. E’ forse un po’ troppo rapido, ma non eccessivamente, soprattutto considerando la grande quantità di anice (ne parleremo a breve) in esso contenuta. Le oil trails appaiono dopo le prime gocce d’acqua fredda, la nuvoletta si sviluppa regolarmente dal basso verso l’alto e lascia spazio a un top layer ben visibile, che resta lì fino a quando tutto ciò sta sotto di lui opacizza alla perfezione. [8,5]
Consistenza:
Denso e cremoso: è impossibile vedervi attraverso, e al primo sorso risulta essere meravigliosamente vellutato. [9,5]


AROMA 24/30
Puro:
Poco intenso: senza ficcare il naso nel bicchiere difficilmente si avverte qualcosa. Una nota alcolica leggermente invadente prova a occultare la holy trinity. [11]
Diluito: Tutta un’altra cosa: l’alcool svanisce del tutto; anice, artemisia e finocchio si fanno sentire, e insieme a esse tanti altri odori che fatico a identificare. Durante l’aggiunta dell’acqua si sprigiona un che di floreale che non saprei definire meglio, ma a louche terminato sembra sparire, lasciando spazio ad aromi più erbacei e fruttati.[13]

 

AL PALATO 31/40
Profilo aromatico:
Si tratta di un assenzio che difficilmente piacerà a chi predilige prodotti a basso contenuto di anice: qui l’anice è nettamente predominante, e si tratta sia di anice verde che di anice stellato. La presenza della badiana non mi dà alcun fastidio, malgrado intorpidisca un poco la lingua, e mi pare tutto sommato bene amalgamata con il resto dell’assenzio: l’artemisia è ottima e ben presente, decisa e prepotente, ma tutti i sapori riescono a trovare il proprio spazio, senza venire sopraffatti. In linea di massima, ho l’impressione si tratti di un qualcosa di troppo complesso per la mie papille: non comprendo del tutto, ma apprezzo tantissimo, ne avverto la complessità, ma mi risulta difficile descriverla. Mi pare di avvertire del coriandolo, e in generale mi sembra abbia un gusto leggermente speziato, senza esagerare. L’alcool non si sente quasi per nulla, contrariamente a quanto succede con il suo fratellino più famoso, il classico Enigma Verte, dal quale è tra l’altro piuttosto differente.
La zolletta intera è sconsigliata e, sebbene io tenda sempre a zuccherare i miei assenzi, in questo caso, volendo, si può anche fare a meno della mezza. [18]
Persistenza aromatica:
Proprio sul finale, la nota dolente. In un primo momento sembrerebbe ottima anche questa, ma in tempo troppo breve la complessità si fa da parte, e rimane solo l’anice. E sì, l’anice resta lì per parecchio tempo, ma l’impressione a quel punto è più quella di aver bevuto un pastis (e non un Henri Bardouin, ma un 51), e per quanto ami il patis (e per quando sia particolarmente legato al 51, in assoluto la prima bevanda alcolica che mi sia piaciuta), da un assenzio mi aspetto qualcosa di più.

CONSIDERAZIONI FINALI
Un ottimo assenzio. E’ il secondo prodotto Devoille che mi trovo ad apprezzare particolarmente (dopo il classico Enigma Verte), e tra i tre acquisti recenti della gamma Les Parisiennes è decisamente il migliore. A questo punto, tra i prossimi acquisti francesi farà sicuramente la sua apparizione anche La Desirée. Classico ma con un profilo ben distinguibile; complesso ma adatto anche a palati non allenati, purché apprezzino l’anice. Attualmente, insieme al classico Jade 1901, lo ritengo il pezzo forte del mio scaffale degli assenzi.

 

VOTO FINALE
82, secondo la matematica. Ed essendo il voto che mi aspettavo di ottenere lo mantengo così com’è.