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In “Note Azzurre” di Carlo Dossi, pubblicato postumo nel 1912 e in versione integrale nel 1964, sono raccolte quasi seimila annotazioni scritte dell’autore. Alcune sono brevi altre più lunghe, alcune comprensibili altre meno. In alcune di queste viene menzionato l’assenzio, spesso associato al suo amico scapigliato Giuseppe Rovani.

Riporto qui di seguito tutte le annotazioni dove viene menzionato.

 

Note Azzurre di Carlo Dossi (1912)

2380. Difficilissimo, anzi impossibile è fare un lavoro di lunga lena perfetto (parlo sempre di lavori d’arte e spec. di letteratura). Ciò che suscita le opere somme è l’entusiasmo. L’entusiasmo dura un’ora, due, un giorno, non di più – perchè l’entusiasmo è uno stato fuori del naturale. Ora, dimando io, come si fa a mantenersi in entusiasmo un anno o due di fila? Nè l’assenzio basta. Riuscirai sempre a un lavoro a tacconi, a macchie. Impossibile comprenderlo tutto in una sola occhiata: qualche sua parte strapiomberà: e per quante correzioni, per quanta lima usi poi, avremo sempre un lavoro aggiustato, non mai di un sol getto. Nei lunghi lavori bisogna adunque accontentarsi del quasi riuscito.

3399. Ciascun popolo diede al mal venereo il nome del popolo che gli era più odioso. Gli Italiani, tedeschi od inglesi lo chiamano Francese – I Francesi, napolitano – I Persiani, turco; e i turchi, persiano etc. – Abbracci di miele che lasciano in corpo l’assenzio – il souvenir – lues Syriaca – i non ti scordar di me delle puttane – ragàdia, fessure infami nell’ano –

3654. Rovani diceva di Perelli: colui che s’incarica di volermi bene. – Rovani chiamava l’assenzio “il suo giovane di studio” – Parlandosi di Verdi e lodandosi alcune delle sue migliori melodie “eppure, disse, se ghe sent semper dent la vanga” (e fè l’atto col piede, di vangare) – Sull’arco di Porta Ticinese, eretto a gloria della gran bricconata del 1815, sta scritto “Paci populorum sospitae” che Rovani satiricamente traduceva “alla pace dei popoli – sospetta” […]

3862. ‹(V. 3906)› Certamente Rovani beveva all’osteria – ma il bere non era lo scopo per lui – era il mezzo – al bel dire. La stanca sua fantasia avea bisogno di eccitatori. Chi consumò Rovani non furono tanto il vino e l’assenzio quanto das fort brennende Feuer der Phantasie (V. la discolpa di sè nell’Articolo sul Don Giovanni di Mozart nelle app[endici] della Gazzetta). ‹In Rovani l’anima uccise il corpo a differenza della comune parte degli uomini. Altra scusa al bere: il sottrarsi alla coscienza delle proprie sciagure (Vedi mio bozzetto, scartato dai R.U.)› – “Nun bevem e lor s’inciocchissen!” dicea a Perelli – e a tale che gli rimproverava l’ebriosità: è ti che te set nassuu ciôcch? – Chiamava l’absinth il suo giovane di studio – negli ultimi tempi lo beveva a bottiglie. Un caffettiere (Gnocchi) glielo negò, aggiungendo “è per suo bene”. E Rovani: preferisco l’odio che mi rispetta all’amore che m’insulta. – ‹E dal Campari liquorista, ad un giovine che parlando di lui diceva: l’è semper imbesuii, – Ebro sono capace di far cose che lei sobrio non è capace nemmeno di pensare.› ‹A scrivere il Giulio Cesare più non bastava il vino con cui Rov. avea scritto i “Cent’anni” o l’aqua limone de’ primi libri. La stanca fantasia esigeva più forti eccitatori.› – Dicendo Rov. più volontieri Vinegia che non Venezia, Tranquillo Cremona ne trovò la ragione in ciò che le cose ghe pareven mei attravers del vin – – Dicendo poi all’Hagy mentre beveva: la porca patria non dà da mangiare – De bev sì – ribattè Perelli. – ‹“Bevi e fa bere” scriveva spesso nelle lettere alla moglie. E quando offriva il bicchiere: bevi – il liquor t’è noto – strenuo è il ribrezzo in te.› Naturalmente Rov. era buon conoscitore di vini e birre, e – come sempre – esprimeva generosamente i suoi giudizi. […]

3864. Rovani – Per la qualità dell’ingegno di Rov. e per il posto ch’egli occupa nella letteratura contemporanea, vedi sparsim in Rov. e St. Um.[…]. La intensità di applicazione, l’incendio della fantasia, la gravità della memoria, parea alle volte esaurirlo o lo obbligava a ricorrere al suo giovine di studio, l’assenzio. ‹S’intende che i suoi sonni erano come quelli del leone, o di Foscolo.› […]

3879. […] Un fatto che ebbe una letale influenza sull’animo di Rovani fu questo. Rov. era stato obbligato, quale collaboratore nella Gazzetta, a descrivere il viaggio dell’Imp. d’Austria (vedi biog. Maineri). Lo scrisse in parte, di malavoglia, e però fu richiamato a Milano. A Milano, uno dei fratelli pittori Induno, il più sciocco dei due, avea esposto un suo cerotto rappresentante, credo, la Battaglia della Cernaja, cerotto che ebbe fama di quadro non per ragioni artistiche ma politiche. Rov. si recò a vederlo. Ma il Gerolamo Induno gli venne incontro inibendogli l’entrata, e dicendogli: cossa el fa lu chi? ch’el vaga di so Tedesch ecc. – Rovani, invece di lasciargli andare uno schiaffo, come dovea, taque e si ritirò. E, d’allora in poi, la tetraggine cominciò in lui le sue visite – e l’assenzio gli si vide più spesso sullo scrittojo. ‹L’opinione è quella che tormenta il saggio e il volgare, che ha messo in credito l’apparenza della virtù al disopra della virtù stessa, che fa diventar missionario anche lo scellerato (Verri?)› – ‹Dixit et ardentes bibit ore favillas – I nunc, et ferrum, turba molesta, nega. ›

3905. Lavori del D. stampati o da stamparsi (a tutt’oggi 18 aprile 1877). I Il globo ne’ suoi primordi 1866. (Album della S. del Pensiero) – […]- Dieci bicchierini di assenzio (G. I.) […]

3906. […] Nol trovai mai cupido, interessato, meno poi cortigiano; e infatti più di una volta a me che ne lo lodavo, disse: sai, la cupidigia è spada, ma il disinteresse è scudo (*) – Viaggiai sovente con lui – sempre sobrio, faceto in brigata; e se l’assenzio e i liquori, ai quali fatalmente si diede nel 62 per iscordarsi, diceva lui, non gli avessero ottenebrato la mente e fiaccato il corpo, dopo i Cento Anni e il Giulio Cesare, avremmo altri frutti del suo nobile ingegno (Caro Marchese: e non ti pajono bastante il Cesare e i Cento anni? C’è da dar fama a 10 e non a un solo scrittore) […]

5337. Gerghi. V. nel dizionario della Langue verte di Delvau. Abat-faim, plat de résistance – Abcès, uomo il cui viso somiglia a un tumore “la sua faccia enfiata e violetta sembrava un tumore lì per scoppiare” – abigotir, diventar bigotto – imbigottirsi – absinthe (l’heure d’) dalle 4 alle 6 ore – accomoder quelqu’un en sauce piquante = batterlo – accomoder quelqu’un au beurre noir = lui pocher les yeux à coups de poing – Aller à la chasse avec un fusil de toile, mendicare, portar la bisaccia – Allumer son pétrole, la sua fantasia. […]

5349. Gergo. Quartier souffrant = quartiere dei poveri – spia de’ ladri = la luna – philosophie = povertà. (CFR. povera e nuda vai filosofia) – consolation = aquavite – Sorbonne, boussole = il cervello – oeil aux anchois = occhio dalle palpebre rosse e prive di ciglia – andouille = persona senza energia – les anglais ont débarqués = la donna ebbe il suo incomodo mensile – panier à deux anses = uomo che ha una donna a ciascun braccio – boire son perroquet = bere il suo bicchiere di assenzio verde – avoir une araignée dans le plafond = sragionare.

5473. Le muse – la nera, quella di Voltaire, il caffè – la rossa, di Carducci, il vino – la gialla, di Byron, il cognac – la verde, di Rovani, l’assenzio – la bianca, di Maupassant, l’etere.

5527. Rovani, scongiurato dagli amici che temevano per la sua salute, promise di non bere più assenzio. Difatti, un giorno passa dinanzi al liquorista dove usava di berne, e non si ferma. Passa fiero e continua la sua strada, felice di aver vinto la tentazione. Ma, giunto in fondo della via, si arresta ad un tratto e dice: “Bravo, Rovani, meriti un premio”. E rifà la strada e va a bere il suo assenzio.

5637. Rovani. La intensità dell’applicazione cerebrale, l’incendio della fantasia, la gravezza della memoria, parevano, alle volte, esaurirlo e lo obbligavano a ricorrer al suo giovane di studio, l’assenzio. ‹Egli beveva liquori agitanti e fantasiosi per amore dell’arte, e sebbene i medici lo supplicassero a smettere quell’uso od abuso, a onta che sospettasse di dover essere vittima di quell’abitudine, per amore dell’arte vi persistette.› Ma i suoi sonni erano quelli del leone o di Foscolo. [...]


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