Arthur Rimbaud - e (l’accademia del)l’assenzio

Nato da una tipica famiglia borghese, agiata, politicamente lealista e religiosamente osservante, Rimbaud accettò in modo passivo un’educazione rigida e autoritaria, ma alla prima occasione la ripudiò drasticamente.

Fu infatti un bambino dagli aspetti contraddittori, e queste contraddizioni furono determinanti per il suo destino di uomo e di poeta.
La stessa tradizione famigliare in cui si pone è duplice: la madre incarna la severità e il conformismo borghese, mentre il padre era un militare affascinato dall’Africa, ebbe il gusto dell’avventura e della “libertà libera”, che lo spinse ad abbandonare moglie e figli.

Arthur era il primo della classe del collegio di Charleville, dove ha potuto “sudare d’obbedianza”, anche se “già presentendo violentemente la vela” del “battello ubriaco”, di cui ha sognato i vagabondaggi.

 

Nel 1870 abbandona il focolare domestico, all’età di 16 anni, ma non sarà mai un puro ribelle: è vero che non tornerà mai più al liceo, ma ogni sua fuga (in Belgio, a Parigi) si conclude con un ritorno a Charleville, alla “depressione” desiderata dal Bateau ivre alla fine della sua avventura. Partenze e ritorni: l’intera vita di Rimbaud produrrà questa alternanza.

Dopo aver ripudiato la “prosa rimata, infrollimento e gloria di innumerevoli generazioni idiote” e l’ideale di “vita armoniosa”, sostiene che il nuovo artista deve farsi “veggente”, “attraverso un lungo, immenso e ragionato disordine di tutti i sensi”.
L’assenzio, l’hashish, la relazione con Verlaine sono altrettanti strumenti di questo abbruttimento, che egli ritiene necessario alla liberazione della sua poesia e al ritorno alla “primitiva condizione di figlio del Sole”.
I luoghi di questa esperienza sono Parigi, dove Rimbaud, accolto da Verlaine nel settembre 1871, fugge da un’abitazione all’altra e irrita, dopo averli stupiti, i parnassiani, suoi idoli decaduti; Londra, dove soggiorna tre volte con Verlaine, finendo per assuefarsi a un’esistenza mediocre; Bruxelles, dove, il 10 luglio 1873, tentando di trattenerlo, Verlaine gli spara due colpi di pistola, ferendolo leggermente.

In questo contesto nasce Une saison en enfer (terminata nel 1873), che racconta il fallimento e la conclusione di questo fallimento: fallimento dell’avventura con Verlaine (“Vierge folle”) e fallimento dell’impresa del Veggente (Alchimie di verbe). Rimbaud descrive tutte le fasi del suo tentativo per trovare la bellezza attraverso la volontaria allucinazione, inventando il colore delle vocali (“A noir, E blanc, I rouge, O bleu, U vert”), ha cercato di fissare delle vertigini (“Larme”), ma ben presto ha sentito che il mondo gli sfuggiva, nel momento stesso in cui egli gli diceva addio con delle specie di romanze (“Chanson de la plus haute tour”). Meglio dire addio a questa “alchimia del verbo”, anche a costo di essere “steso al suolo”.
Rimbaud si trova tra l’adolescenza mancata, la “stagione all’inferno”, e l’età adulta, “la stagione del conforto”, tra un passato che disprezza e un futuro che teme.

È molto probabile che nessuna poesia sia stata scritta dopo il 1875: l’ “addio” con cui si chiude Une saison en enfer è un’attesa, una “vigilia”, un richiamo. L’addio delle Illuminations, “Solde”, non lascia più apparire il minimo segno di speranza nella parola. “Non ci penso più”, risponderà Rimbaud al suo amico Delahaye nel 1879.
Nell’ottobre 1878 Rimbaud abbandona l’Europa; lavora a Cipro, come capo cantiere, poi ad Aden, in una ditta commerciale che ha una succursale ad Harrar, dove farà dei lunghi, estenuanti viaggi. Stanco di ricevere, in cambio delle sue fatiche, soltanto dei magri salari, s’imbarca in un’impresa di speculazioni rischiose: rivendere dei vecchi fucili al re dello Scioa, Menelik. Incontra mille difficoltà e, dopo la morte del suo socio, viene assalito dall’orda di creditori di quest’ultimo. Anche negli affari, sembra destinato al fallimento.


Nel 1888 torna ad Harrar, come rappresentante di una nuova ditta: e la vita sfibrante continua, sempre la stessa, sempre senza vera prospettiva di futuro. Qui un anno ne vale cinque, confida nelle sue lettere ai familiari. E in effetti la sua vita si consuma rapidamente. Nel 1891, colpito da un tumore al ginocchio, si fa rimpatriare. All’ospedale di Marsiglia gli amputano la gamba malata e poi torna in famiglia, vicino alla madre e alla sorella Isabelle, quelle “donne” che “curano i feroci infermi che tornano dai paesi caldi” di cui aveva parlato profeticamente in Une saison en enfer.

Come ha scritto Henry Miller, imparare a leggere Rimbaud, significa leggere “il linguaggio dell’anima. In questo campo non c’è alfabeto né grammatica. Non c’è che da aprire il proprio cuore, gettando a mare ogni preconcetto letterario”

 

RIMBAUD E (L’ACCADEMIA DEL) L’ASSENZIO

Viens, les vins vont aux plages,
Et les flots par millions!
Vois le Bitter sauvage
Rouler du haut des monts!
Gagnons, pèlerins sages,
L’absinthe aux verts piliers
(Comédie de la soif)

 

Rimbaud conobbe l’assenzio (probabilmente) a partire dal 1871 attraverso Paul Verlaine e Charles Cros (un altro absintheur D.O.C.) che andarono a prenderlo insieme alla stazione di Parigi.
Inizialmente Rimbaud si stabilì per un breve periodo a casa di Verlaine, e dopo poco riuscì a rendersi così antipatico alla moglie di quest’ultimo, che dovette abbandonare la casa dell’amico-poeta per trasferirsi presso l’abitazione di Charles Cros. In seguito gli fu offerta una camera da Théodore de Banville, che insieme ad altri scrittori (Verlaine, Cros, Pelletan, Bully) organizzarono una colletta per aiutarlo a vivere.
A patire dall’inverno del 1872 Verlaine presenta Rimbaud in tutti i circoli letterari, dove non perde occasione per dar sfogo al suo temperamento cinico e polemico: in una riunione del Cercle Zutique (che comprendeva nomi illustri del calibro di Banville, Coppée, Cros, Ponchon..) definì i versi di Auguste Creissels “merde”. Messo alla porta da Carjat, si gettò su di lui con la canna appuntita di Verlaine e gli ferì la mano: da quel giorno fu espulso dal circolo.

Rimbaud nascondeva la sua timidezza sotto la maschera del cinismo e amava provocare buona parte dei letterati, che insultava nei café. Solo Verlaine, Charles Cros e l’illustratore Jean-Louis Forain continuavano a sopportarlo.

Ciononostante, in molti riconoscevano il suo genio. Il grande Victor Hugo, a cui fu presentato, esclamò: “Ma è Shakespeare ragazzo!”
Verlaine, che grazie all’aiuto di sua moglie Mathilde, cercava di dimenticare l’assenzio e le “cattive compagnie”, dopo aver conosciuto Rimbaud riprende a dar sfogo ai suoi demoni. La poesia e l’alcool li unì e li accompanò nel corso della loro relazione tumultuosa. Rimbaud viene introdotto nei bassifondi e nei peggiori ambienti della Capitale, ma dopo non molto l’allievo riesce a superare il maestro e da quel momento la dominazione di Rimbaud su Verlaine sarà (quasi) totale.
Tra i vari café frequentati in quel periodo, Rimbaud aveva una predilezione per l’Académie, situata in rue Saint-Jacques. Nel linguaggio che aveva creato, una specie di argot tutto suo, Rimbaud chiamava l’absinthe “absomphe”, e siccome all’Académie si beveva soprattutto dell’assenzio, chiamò quel café l’Académie d’absomphe. Nel giugno del 1872, scrisse al suo amico Ernest Delahaye, che era rimasto a Charleville: “il y a bien ici un lieu de boisson che je préfère. Vive l’Académie d’Absomphe, malgré la mauvaise volonté des garcons! C’est le plus délicat et le plus tremblant des habits que l’ivresse par la vertu de cette sauge des glaciers, l’absomphe! Mais pour après se coucher dans la merde!”
La comédie de la Soif risale a quest’epoca.

L’Académie era un vecchio café che viveva su un passato glorioso poiché Musset e Murger ne avevano decretato la fama. In origine, l’Académie possedeva 40 botti (come quaranta erano gli “académiciens”). Ogni botte rappresentava una specie di poltrona: e quando un “immortale” se ne andava, la sua botte veniva svuotata.
Nel 1895 Verlaine frequentava sempre l’Académie. Verso il 1900, L’Académie tornerà ad essere molto alla moda con Cazals, Jacquemin e Alfred Jarry, tutti grandi consumatori di assenzio.
Nell’ottobre 1879, Rimbaud, tornato in Francia dopo numerosi viaggi, berrà un ultimo bicchiere. Non sopporta più il freddo dell’inverno. L’Oriente chiama. Il giorno successivo si mette in viaggio. Ha soltanto venticinque anni e non scriverà più...



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