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Émile ZolaIl Naturalismo dei “Rougon-Macquart”

Il titanico progetto dei Rougon-Macquart, ciclo di romanzi sul modello della Comédie humaine di Balzac, è concepito nel 1868-1869 come l’ “Histoire naturelle et sociale d’une famille sous le Second Empire” e giungerà alla conclusione solo nel 1893.

Attraverso (ben) cinque generazioni di protagonisti Zola ci racconta “le ambizioni e gli appetiti di una famiglia” determinata dalle “fatalità della discendenza” e dalle “febbri dell’epoca”, “una strana epoca di follia e di vergogna”.

Nei primi romanzi del ciclo si assiste alla marcia della borghesia, malgrado le sue tare, o, forse, grazie ad esse: conquista di Plas-sans da parte di Pierre e Félicité Rougon (La fortune des Rougon); sbalorditive speculazioni di Saccard nella Parigi del barone Haussmann (La curée), e la conquista del potere (Son Eccellence Eugène Rougon).


Ma ben presto la società si degrada e gli individui si consumano.
Nell’Assomoir si assiste alla “fatale decadenza di una famiglia operaia nell’ambiente appestato dei nostri sobborghi” (Prefazione). Gervaise e Coupeau costituiscono una famiglia modello fino all’incidente dello zincatore, che scatena il processo di un “lento infrollimento”, di un progressivo abbandono alla “macchina per sbronzarsi” (l’alambicco di papà Colombe), alla miseria, alla prostituzione e infine alla pazzia e alla morte. Con le devastazioni prodotte dalla cortigiana Nana (1880), tutta una società si decompone.

Forse bisognava scendere in fondo all’abisso per veder ricomparire la speranza di un’aurora: almeno è quanto dimostra Germinal (1885). Alla fine della rivolta dei minatori, Etienne Lantier se ne va infatti speranzoso verso un avvenire più chiaro:

“Ma adesso il minatore si svegliava nel fondo, germinava nella terra, un vero seme; e un mattino si sarebbe visto che cosa sarebbe germogliato dagli uomini, un vero esercito di uomini che avrebbe riportato la pace.”

 

L’assommoir - Trama

Scritto nel 1877 è il settimo romanzo del ciclo dei Rougon-Macquart. L’ammazzatoio (assommoir) è l’osteria di père Colombe dove i personaggi vanno ad annegare nell’alcool la loro disperazione. Gervaise, che fin da giovane è l’amante di Lantier, da cui ha avuto due figli, si stabilisce a Parigi. Il lavoro di lavandaia le consente perfino qualche economia; ma Lantier, pigro e attratto da nuovi amori, la abbandona. Gervaise incontra l’operaio Coupeau e lo sposa; ma Coupeau è vittima di un incidente sul lavoro e i risparmi della donna servono a curarlo. Coupeau esce avvilito dalla lunga malattia e si dà all’alcool. Gervaise è stremata, sfiduciata: comincia a bere anche lei e si degrada sempre di più, fino a prostituirsi. Dopo la morte del marito in un ospizio, Gervaise, ridotta a vivere in un sottoscala, sarà trovata morta di fame e di stenti.

 

L’assommoir e l’assenzio
Nel romanzo si fa soprattutto riferimento all’acquavite, ma l’assenzio viene comunque nominato due volte. Una volta nel secondo capitolo:

“Oh! che brutta cosa il bere!”, disse [Gervaise] sottovoce.

E raccontò che un tempo beveva l’anisette con la madre, a Plassans. Ma un giorno per poco non ne era morta, e la cosa l’aveva disgustata per sempre: adesso non sopportava più nessun liquore.

“Vedete!”, aggiunse indicando il suo bicchiere, “ho mangiato la prugna, ma lascerò il sugo, mi farebbe male.”
Nemmeno Coupeau riusciva a capire come si potessero bere tanti bicchieri d’ acquavite. Una prugna ogni tanto certo non poteva far male. Ma quanto all’acquavite, all’assenzio e a tutte le altre porcherie del genere, buona notte! davvero non se ne sentiva il bisogno. I suoi compagni potevano anche prenderlo in giro: lui continuava a rimanere sulla porta, quando quegli ubriaconi andavano a ficcarsi in qualche distilleria.

Il secondo riferimento all’assenzio lo troviamo alla fine del romanzo, nel capitolo tredicesimo:
“Boche aveva conosciuto un falegname che si era messo nudo come un verme in rue Saint-Martin ed era morto ballando la polca; non beveva che assenzio. Le donne si sbellicarono dalle risa, perché l’aneddoto pareva loro assai divertente, anche se un pò triste.”

 

APPROFONDIMENTI (di Monica Ugoccioni)

L’assommoir (Volume 1) – Zola, Emile, 1840-1902 edizione 1877

Lettura on line: http://www.archive.org/stream/lassommoir01zola

Scaricare pdf: http://www.archive.org/download/lassommoir01zola/lassommoir01zola.pdf

Scaricare pdf b/w: http://www.archive.org/download/lassommoir01zola/lassommoir01zola_bw.pdf

-Pagina 48 – à l’absinthe et aux autres cochonneries, bonsoir IL’assommoir (Volume 2) – Zola, Emile, 1840-1902 edizione 1877

Lettura on line: http://www.archive.org/stream/lassommoir02zola

Scaricare pdf: http://www.archive.org/download/lassommoir02zola/lassommoir02zola.pdf

Scaricare pdf b/w: http://www.archive.org/download/lassommoir02zola/lassommoir02zola_bw.pdf

- Pagina 255 – buvait de l’absinthe. Ces dames se tortillreni de rire

 

«[...] Il tourna le dos, après avoir louché terriblement, en

regardant Gervaise. Celle-ci se reculait, un pen

effrayée. La fumée des pipes, Todeur forte de tous ces

hommes, montaient dans Tair chargé d’alcool ; et elle

étouffait, prise d’une petite toux.

- Oh ! c’est vilain de boire ! dit-elle à demi-voix.

Et elle raconta qu’autrefois, avec sa mère, elle buvait

de l’anisette, à Plassans. Mais elle avait failli en

mourir un jour, et ça l’avait dégoûtée ; elle ne pouvait

plus voir les liqueurs. — Tenez, ajouta-t-elle en montrant son verre, j’ai

mangé ma prune ; seulement, je laisserai la sauce,

parce que ça me ferait du mal.

 

Coupeau, lui aussi, ne comprenait pas qu’on pût

avaler de pleins verres d’eau-de-vie. Une prune par-ci

par-là, ça n’était pas mauvais. Quant au vitriol, à

l’absinthe et aux autres cochonneries, bonsoir ! il n’en

fallait pas. Les camarades avaient beau le blaguer, il

restait à la porte, lorsque ces cheulards-là entraient

à la mine à poivre.»

 

«[...] Boche avait connu un menuisier qui

s’était mis tout nu dans la rue Saint-Martin, et qui

était mort en dansant la polka ; celui-là buvait de

l’absinthe. Ces dames se tortillèreni de rire, parce qua

ça leur semblait dròle tout de meme, quoique triste. [...]»


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