Charles Baudelaire e l’assenzio: verità e leggende

Charles BaudelaireVisto che se ne parla (troppo?) spesso, cercherò di fare il p(s)unto su questo topic un po’ controverso e spinoso, sperando di (s)fata(re), laddove ce ne sia bisogno, alcune leggende alimentate dal giornalismo improvvisato e/o da alcuni distributori/venditori/consumatori poco competenti (sia di assenzio sia di letteratura) e/o – peggio ancora – furbescamente interessati
Anticipando le conclusioni, la bevanda preferita di Baudelaire era probabilmente il vino (a cui ha dedicato ampio spazio nei Paradisi Artificiali) inteso come (un) “mezzo di moltiplicazione dell’individualità” e/o di “vaporizzazione e centralizzazione dell’Io” – dell’assenzio, ovviamente (ovviamente per chi conosce l’opera in questione) nemmeno un riferimento.
Ne avrà parlato allora nei Fleurs du mal, giusto? altrimenti non si spiegherebbe perché la Leone vende(va) il suo “Absinthium” con una copia verde dei Fiori del male: ebbene, non lo nomina neppure lì!

 

Phil Baker ipotizza un suo (velato) riferimento ne “Il veleno”
Tutto ciò non vale il veleno che distillano
I tuoi occhi, i tuoi occhi verdi,
ma la cosa è priva di argomentazioni storiche, che farebbero properndere per tutt’altra tesi.
Come ha infatti suggerito D. Fusi,
Marie Daubrun“Le Poison”, scritta probabilmente nel 1854, era dedicata a Marie Daubrun, attrice di successo ed ispiratrice di poeti, donna affascinante dai capelli rossi e dagli occhi verdi. In quella poesia Baudelaire dice praticamente che il vino e l’oppio, benchè potenti veleni, non valgono quanto il veleno degli occhi verdi di quella donna (laghi nei quali egli vede la propria anima capovolta e nei quali vengono a dissetarsi i suoi sogni), ed il veleno della sua saliva che morde la sua anima e la immerge nell’oblio. In quell’anno il legame dell’attrice con il poeta Banville si ufficializzò , lasciando Baudelaire nel tormento della gelosia, per poi scomparire definitivamente dalla sua vita grazie ad un ingaggio a Nizza con la compagnia Thibaud. Fù sempre lei ad ispirare a Banville i versi “La mer de Nice” e “Améthiste” .

Un altro (velato) riferimento Baker lo vede nella terza poesia “Spleen”:
E in quei bagni di sangue che abbiamo ereditato dai romani
E a cui i potenti, invecchiati, sono soliti ricorrere
Egli non ha saputo riscaldare il cadavere ebete
In cui non sangue scorre, ma verde acqua di Lete.
Ora, ammettiamo pure che ci sia un vago e lontanissimo rimando alla Fata/assenzio (nell’ultimo caso la descrizione mi ha ricordato il sangue fatto acquavite di alcuni personaggi di Zola nell’Assommoir), però, sinceramente, mi sembra davvero un po’ poc(hin)o per farne il portabandiera dell’assenzio ottocentesco, non vi pare?

Per contro, sempre nei Fiori del male, al vino non solo viene fatto ampi(ssim)o riferimento diretto, ma c’è pure un’intera “sezione” comprendente ben 5 poesie: L’anima del vino; Il vino degli straccivendoli; Il vino dell’assassino; Il vino del solitario e Il vino degli amanti.
Come si spiegano, allora, titoli (e articoli!) del genere?: "Assenzio, la droga di Baudelaire si vende sul web" (dal "Corriere della sera" del 6 gennaio 2001). Evito di commentare…

Concludo con un poemetto in prosa tratto dallo Speen di Parigi che spesso mi capita di vedere sul web associato all’assenzio:
Bisogna sempre essere ubriachi. Tutto qui: è l’unico problema. Per non sentire l’orribile fardello del Tempo che vi spezza la schiena e vi piega a terra, dovete ubriacarvi senza tregua.
Ma di che cosa? Di vino, di poesia o di virtù: come vi pare. Ma ubriacatevi.

E se talvolta, sui gradini di un palazzo, sull’erba verde di un fosso, nella tetra solitudine della vostra stanza, vi risvegliate perché l’ebbrezza è diminuita o scomparsa , chiedete al vento, alle stelle, gli uccelli, l’orologio, a tutto ciò che fugge, a tutto ciò che geme, a tutto ciò che scorre, a tutto ciò che canta, a tutto ciò che parla, chiedete che ora è: e il vento, le onde, le stelle, gli uccelli, l’orologio, vi risponderanno: “E’ ora di ubriacarsi! Per non essere schiavi martirizzati dal Tempo, ubriacatevi, ubriacatevi sempre! Di vino, di poesia o di virtù, come vi pare.”
(C. B., Lo spleen di Parigi, XXXIII, Envirez-vous, Trad. A. Berardinelli)
Il concetto baudelairiano di “ivresse” (ubriachezza) va preso in senso lato e non può/deve essere riferito in nessun modo alla fata verde, ma neppure (soltanto) al vino (che già sarebbe molto più pertinente).

L’“ubriacatura” del vino è citata, per carità, però, in quel poemetto, si parla anche (e soprattutto?) dell’ubriacatura di/da “poesia” e “virtù.”
Credo che potesse avere in mente (mi rifaccio ai suoi Diari) la “missione” del poeta-vate, del prete (suo padre lo era stato) e del guerriero (dopo aver partecipato alla Rivoluzione del ’48 si interrogherà infatti sul perché di questa sua “ubriacatura democratica.”)
Baudelaire ha sicuramente bevuto assenzio*, così come il sottoscritto e (presumo) la totalità dei nostri iscritti avrà (anche frequentemente) bevuto birra, vino o Coca Cola; però, è bene ricordarlo, l’assenzio non viene mai citato espressamente da Baudelaire, e (a differenza dell’oppio in Coleridge o in De Quincey, ad esempio) non ha alcun rapporto particolare con la sua arte.
Come ha suggerito Stefano, è probabile che l’unico (sia pur velato – e ignorato) riferimento all’assenzio sia presente in Le Gateau, il quindicesimo poemetto in prosa contenuto in Le spleen de Paris:
“Tirai fuori dalla tasca un grosso pezzo di pane, un bicchiere e una boccetta con un certo elisir che allora i farmacisti vendevano ai viaggiatori per mescolarlo, nel caso, con l’acqua di neve.”
L’idea di un elisir, che viene consumato a pasto, diluito con acqua e per di più “di neve”, a rendere l’idea che sia ghiacciata, potrebbe effettivamente far propendere per questa tesi. Inoltre, il fatto che venga offerto ai turisti, suggerisce un prodotto tipicamente francese.

 



* Nella vita privata Baudelaire beveva sicuramente assenzio, specie (dopo lo scandalo dei Fiori del male) negli ultimi anni. C’è una testimonianza di una sua consumazione al Café du Madrid, nel Boulevard Montmartre in cui sposta la caraffa d’acqua sul tavolo più vicino dicendo “per me la vista dell’acqua è insopportabile” e (pare) che poi abbia bevuto due o tre assenzi – presumibilmente senz’acqua. (J. Adams, The Green Hour and the New Art – ma anche Madame Delahaye cita questo aneddoto in Muse de poètes).



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