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Leggi: Charles Baudelaire e l’assenzio: verità e leggende



Ridi bravo! fa’ l’amareggiato,
fa’ la smorfia, Mefisto ’Sbeffeggiami’.
Assenzio! e il tuo labbro giù sbavato…
di’ che tutto ciò ti vien dal cuore.
(Paris, VIII)



“I am the green Fairy
My robe is the color of despair
I have nothing in common with the fairies of the past
What I need is blood, red and hot,
The palpitating flesh of my victims
Alone, I will kill France, the present is dead,
Vive the future…
But me, I kill the future and in family I destroy
The love of country, courage, honor,
I am the purveyor of hell, penitentiaries, hospitals.
Who am I finally?
I am the instigator of crime
I am ruin and sorrow
I am shame
I am dishonor
I am death
I am Absinthe”
(Wormwood; A Drama of Paris, 1890)
and glory is neither for me, nor for thee Paris,
thouj frivilous, lovely, godless, lascivious dominion of Sin!
(Wormwood; A Drama of Paris, 1890)
Let me be mad, mad with the madness of Absinthe
The wildest, most luxurious madness in the world.
Let me be mad, mad with the madness of Absinthe
Give me the fairest youth that ever gladened his mothers heart
Let me be mad
Let him be hero, saint, poet whatever you will
Let me make of him an Absintheur.
And from hero he shall change to coward
From saint to libertine
From poet to brute.
You doubt me?
Come then to Paris.
(Wormwood; A Drama of Paris, 1890)
By Venus and Cupid and all the dear old heathen deities
who are so remarkably convinient myths to take one’s oath upon.
I hope you will not compel me to consider you a fool
Beauvais! What an idea that is of yours ‘medicinal green!’
Think of melted emeralds instead.
There beside you, you have the most marvelous cordial in all the world
drink, and you will find your sorrows transmuted yourself transformed!
Even if no better result be obtained than escaping the chill you have incurred in this
night’s heavy drenching, that is surely enough!
Life without Absinthe! I can not imagine it!
For me it would be impossible!
I should hang, drown or shoot myself into infinitude,
out of sheer rage at the continued cruelty and injustice of the world
but with this divine nectar of Olympus I can defy misfortune and laugh at poverty,
as though they were the merest bagatels.
Come! to your health, mon brave! Drink with me!
(Wormwood; A Drama of Paris, 1890)
That night, the night before my wedding day,
I drank deeply and long of my favourite nectar.
Glass after glass I prepared, and drained each one off with insatiable and ever-increasing apetite.
I drank till the solid walls of my own room, when I atlast found myself there,
appeared to me like transparent glass, shot throughout with emerald flame.
Surrounded on all sides by phantoms.
Beautiful, hideous, angelic, devilish.
I reeled to my couch in a sort of waking swoon, conscious of strange sounds everywhere,
like the clanging of brazen bells, and the silver fanfaranade of the trumpets of war,
conscious too of a similar double sensation
namely, as though Myself were divided into two persons, who opposed eachother in deadly combat,
in which neither could possibly obtain even the merest shadow-victory!
(Wormwood; A Drama of Paris, 1890)
“Would you know the single craving of my blood
the craving that burns in me more fiercely than hunger in a starving beast of prey
the one desire, to gratify which, I would desparately dare and defy all men?
Listen then!
A nectar, bitter-sweet like the last kiss on the lips of a discarded mistress
is the secret charm of my existence; green as the moon’s light on a forest pool it
glimmers in my glass; eagerly I quaff it, and, as I drink, I dream.
Not of foolish things. No! Not of dull saints and smooth landscapes in heaven and
wearisome prudish maids; but of glittering bacchantes, nude nymphs in a dance of hell,
flashing torrents and dazzling mountain-peaks, of storm and terror,
of lightning and rain, of horses galloping, of flags flying, of armies marching,
of haste and uproar and confusion and death!”
(Wormwood; A Drama of Paris, 1890)
“He raised his glass glimmering pallidly in the light, his words,
his manner, fascinated me, and a curious thrill ran through my brains.
There was something spectral in his expression too, as though the
skeleton of the man had become suddenly visible beneath its fleshly covering
as though Death had for a moment peered through the veil of Life…”
(Wormwood; A Drama of Paris, 1890) ****


There is only one absinthe drinker, and that’s the man who painted this idiotic picture.

“With Flowers, and with Women,
With Absinthe, and with this Fire,
We can divert ourselves a while,
Act out our part in some drama.
Absinthe, on a winter evening,
Lights up in green the sooty soul;
And Flowers, on the beloved,
Grow fragrant before the clear Fire.
Later, kisses lose their charm
Having lasted several seasons;
And after mutual betrayals
We part one day without a tear.
We burn letters and bouquets.
And fire takes our bower;
And if sad life is salvaged
Still there is Absinthe and its hiccups.
The portraits are eaten by flames.
Shrivelled fingers tremble.
We die from sleeping long
With Flowers, and with Women.” ****

Art is the soul of life and the Old Absinthe House
is heart and soul of the old quarter of New Orleans.


E pure questo eroe, quando piú fiere
sentia le fitte, i languidi snervanti
oblii non chiese a l’orlo de ‘l bicchiere,
non a la verde maliarda incanti
chiese e torridi filtri e primavere
false da le selvagge attossicanti
flore dove in un nembo di piacere
spasima tutto un popolo d’amanti,
tutto un popolo folle d’assetati
arsi da un desiderio che non langue,
da un desiderio tragico e fatale
irresistibilmente trascinati,
valanga viva di carne e di sangue,
in corsa eterna, a ‘l sole tropicale.
Assenzio no. Ma ne’ tramonti afosi
d’estate quante volte in riva a ‘l mare
l’han veduto fisar que’ suoi pensosi
occhi ne l’acqua e starsi ad ascoltare!
E a la canzon selvaggia de’ marosi
ne ‘l fantastico albor crepuscolare
quell’anima dovea per luminosi
cerchi di sogni immergersi e nuotare.
Chi sa! Forse giungevanle gli ardenti
aneliti de l’alghe moribonde,
aneliti a la luce ed ai colori.
O sognava gagliardi abbracciamenti
e ignote voluttà tra le profonde
selve vive di fosforo e d’amori?
(G. D’annunziio, Versi d’amore, Libro V)

2380. Difficilissimo, anzi impossibile è fare un lavoro di lunga lena perfetto (parlo sempre di lavori d’arte e spec. di letteratura). Ciò che suscita le opere somme è l’entusiasmo. L’entusiasmo dura un’ora, due, un giorno, non di più perchè l’entusiasmo è uno stato fuori del naturale. Ora, dimando io, come si fa a mantenersi in entusiasmo un anno o due di fila? Nè l’assenzio basta. Riuscirai sempre a un lavoro a tacconi, a macchie. Impossibile comprenderlo tutto in una sola occhiata: qualche sua parte strapiomberà: e per quante correzioni, per quanta lima usi poi, avremo sempre un lavoro aggiustato, non mai di un sol getto. Nei lunghi lavori bisogna adunque accontentarsi del quasi riuscito.
3399. Ciascun popolo diede al mal venereo il nome del popolo che gli era più odioso. Gli Italiani, tedeschi od inglesi lo chiamano Francese I Francesi, napolitano I Persiani, turco; e i turchi, persiano etc. Abbracci di miele che lasciano in corpo l’assenzio il souvenir lues Syriaca i non ti scordar di me delle puttane ragàdia, fessure infami nell’ano
3654. Rovani diceva di Perelli: colui che s’incarica di volermi bene. Rovani chiamava l’assenzio “il suo giovane di studio” Parlandosi di Verdi e lodandosi alcune delle sue migliori melodie “eppure, disse, se ghe sent semper dent la vanga” (e fè l’atto col piede, di vangare) Sull’arco di Porta Ticinese, eretto a gloria della gran bricconata del 1815, sta scritto “Paci populorum sospitae” che Rovani satiricamente traduceva “alla pace dei popoli sospetta” […]
3862. ‹(V. 3906)› Certamente Rovani beveva all’osteria ma il bere non era lo scopo per lui era il mezzo al bel dire. La stanca sua fantasia avea bisogno di eccitatori. Chi consumò Rovani non furono tanto il vino e l’assenzio quanto das fort brennende Feuer der Phantasie (V. la discolpa di sè nell’Articolo sul Don Giovanni di Mozart nelle app[endici] della Gazzetta). ‹In Rovani l’anima uccise il corpo a differenza della comune parte degli uomini. Altra scusa al bere: il sottrarsi alla coscienza delle proprie sciagure (Vedi mio bozzetto, scartato dai R.U.)› “Nun bevem e lor s’inciocchissen!” dicea a Perelli e a tale che gli rimproverava l’ebriosità: è ti che te set nassuu ciôcch? Chiamava l’absinth il suo giovane di studio negli ultimi tempi lo beveva a bottiglie. Un caffettiere (Gnocchi) glielo negò, aggiungendo “è per suo bene”. E Rovani: preferisco l’odio che mi rispetta all’amore che m’insulta. ‹E dal Campari liquorista, ad un giovine che parlando di lui diceva: l’è semper imbesuii, Ebro sono capace di far cose che lei sobrio non è capace nemmeno di pensare.› ‹A scrivere il Giulio Cesare più non bastava il vino con cui Rov. avea scritto i “Cent’anni” o l’aqua limone de’ primi libri. La stanca fantasia esigeva più forti eccitatori.› Dicendo Rov. più volontieri Vinegia che non Venezia, Tranquillo Cremona ne trovò la ragione in ciò che le cose ghe pareven mei attravers del vin Dicendo poi all’Hagy mentre beveva: la porca patria non dà da mangiare De bev sì ribattè Perelli. ‹“Bevi e fa bere” scriveva spesso nelle lettere alla moglie. E quando offriva il bicchiere: bevi il liquor t’è noto strenuo è il ribrezzo in te.› Naturalmente Rov. era buon conoscitore di vini e birre, e come sempre esprimeva generosamente i suoi giudizi. […]
3864. Rovani Per la qualità dell’ingegno di Rov. e per il posto ch’egli occupa nella letteratura contemporanea, vedi sparsim in Rov. e St. Um.[…]. La intensità di applicazione, l’incendio della fantasia, la gravità della memoria, parea alle volte esaurirlo o lo obbligava a ricorrere al suo giovine di studio, l’assenzio. ‹S’intende che i suoi sonni erano come quelli del leone, o di Foscolo.› […]
3879. […] Un fatto che ebbe una letale influenza sull’animo di Rovani fu questo. Rov. era stato obbligato, quale collaboratore nella Gazzetta, a descrivere il viaggio dell’Imp. d’Austria (vedi biog. Maineri). Lo scrisse in parte, di malavoglia, e però fu richiamato a Milano. A Milano, uno dei fratelli pittori Induno, il più sciocco dei due, avea esposto un suo cerotto rappresentante, credo, la Battaglia della Cernaja, cerotto che ebbe fama di quadro non per ragioni artistiche ma politiche. Rov. si recò a vederlo. Ma il Gerolamo Induno gli venne incontro inibendogli l’entrata, e dicendogli: cossa el fa lu chi? ch’el vaga di so Tedesch ecc. Rovani, invece di lasciargli andare uno schiaffo, come dovea, taque e si ritirò. E, d’allora in poi, la tetraggine cominciò in lui le sue visite e l’assenzio gli si vide più spesso sullo scrittojo. ‹L’opinione è quella che tormenta il saggio e il volgare, che ha messo in credito l’apparenza della virtù al disopra della virtù stessa, che fa diventar missionario anche lo scellerato (Verri?)› ‹Dixit et ardentes bibit ore favillas I nunc, et ferrum, turba molesta, nega. ›
3905. Lavori del D. stampati o da stamparsi (a tutt’oggi 18 aprile 1877). I Il globo ne’ suoi primordi 1866. (Album della S. del Pensiero) […]- Dieci bicchierini di assenzio (G. I.) […]
3906. […] Nol trovai mai cupido, interessato, meno poi cortigiano; e infatti più di una volta a me che ne lo lodavo, disse: sai, la cupidigia è spada, ma il disinteresse è scudo (*) Viaggiai sovente con lui sempre sobrio, faceto in brigata; e se l’assenzio e i liquori, ai quali fatalmente si diede nel 62 per iscordarsi, diceva lui, non gli avessero ottenebrato la mente e fiaccato il corpo, dopo i Cento Anni e il Giulio Cesare, avremmo altri frutti del suo nobile ingegno (Caro Marchese: e non ti pajono bastante il Cesare e i Cento anni? C’è da dar fama a 10 e non a un solo scrittore) […]
5337. Gerghi. V. nel dizionario della Langue verte di Delvau. Abat-faim, plat de résistance Abcès, uomo il cui viso somiglia a un tumore “la sua faccia enfiata e violetta sembrava un tumore lì per scoppiare” abigotir, diventar bigotto imbigottirsi absinthe (l’heure d’) dalle 4 alle 6 ore accomoder quelqu’un en sauce piquante = batterlo accomoder quelqu’un au beurre noir = lui pocher les yeux à coups de poing Aller à la chasse avec un fusil de toile, mendicare, portar la bisaccia Allumer son pétrole, la sua fantasia. […]
5349. Gergo. Quartier souffrant = quartiere dei poveri spia de’ ladri = la luna philosophie = povertà. (CFR. povera e nuda vai filosofia) consolation = aquavite Sorbonne, boussole = il cervello oeil aux anchois = occhio dalle palpebre rosse e prive di ciglia andouille = persona senza energia les anglais ont débarqués = la donna ebbe il suo incomodo mensile panier à deux anses = uomo che ha una donna a ciascun braccio boire son perroquet = bere il suo bicchiere di assenzio verde avoir une araignée dans le plafond = sragionare.
5473. Le muse la nera, quella di Voltaire, il caffè la rossa, di Carducci, il vino la gialla, di Byron, il cognac la verde, di Rovani, l’assenzio la bianca, di Maupassant, l’etere.
5527. Rovani, scongiurato dagli amici che temevano per la sua salute, promise di non bere più assenzio. Difatti, un giorno passa dinanzi al liquorista dove usava di berne, e non si ferma. Passa fiero e continua la sua strada, felice di aver vinto la tentazione. Ma, giunto in fondo della via, si arresta ad un tratto e dice: “Bravo, Rovani, meriti un premio”. E rifà la strada e va a bere il suo assenzio.
5637. Rovani. La intensità dell’applicazione cerebrale, l’incendio della fantasia, la gravezza della memoria, parevano, alle volte, esaurirlo e lo obbligavano a ricorrer al suo giovane di studio, l’assenzio. ‹Egli beveva liquori agitanti e fantasiosi per amore dell’arte, e sebbene i medici lo supplicassero a smettere quell’uso od abuso, a onta che sospettasse di dover essere vittima di quell’abitudine, per amore dell’arte vi persistette.› Ma i suoi sonni erano quelli del leone o di Foscolo. [..]

(In Note Azzurre)


Green changed to white, emerald to opal; nothing was changed.
The man let the water trickle gently into his glass,
and as the green clouded, a mist fell from his mind.
Then he drank opaline.
Memories and terrors beset him.
The past tore after him like a panther and
through the blackness of the present he saw
the luminous tiger eyes of the things to be.
But he drank opaline.
And that obscure night of the soul, and the valley of humiliation,
through which he stumbled, were forgotten.
He saw blue vistas of undiscovered countries,
high prospects and a quiet, caressing sea.
The past shed its perfume over him,
today held his hand as if it were a little child,
and tomorrow shone like a white star: nothing was changed.
He drank opaline.
The man had known the obscure night of the soul,
and lay even now in the valley of humiliation;
and the tiger menace of the things to be was red in the skies.
But for a little while he had forgotten.
Green changed to white, emerald to opal; nothing was changed.
(Absinthia Taetra)
“On the whole it is a mistake to get binged on the verdant fluid.
As a steady drink it is inferior to the homely Scotch …
awoke this morning with jingling nerves and a pestilential
mouth on [insert appendage here] … I understand absinthe makes
the tart grow fonder. It is extremely detrimental to the complexion …
I never presented a more debauched appearance than I do this morning.”
“Whiskey and beer are for fools; absinthe for poets;
absinthe has the power of the magicians; it can wipe out
or renew the past, and annul or foretell the future.”[/b]


Stavo cercando il personaggio principale della mia vita, andando avanti a caso, fermandomi qui per un assenzio, là per un caffé, seguendo i diurni fantasmi di me stesso, attraverso il passaggio continuo, la morte e la resurrezione in un vocale ahimé.


Assenzio Veleno ultraviolento: un bicchiere e siete morti. I giornalisti lo bevono mentre scrivono i loro articoli. Ha ucciso più francesi degli stessi beduini.
(Dizionario dei luoghi comuni)


“I sit at my door, smoking a cigarette and sipping my absinthe, and I enjoy every day without a care in the world.”
(in una lettera ad una mico del 1897)



Lo zingaro restituì la tazza facendo una smorfia. “Odora di anis, ma è amara come il fiele” disse. “Meglio esser malati che prendere questa medicina.”
“È l’artemisia” disse Robert Jordan. “La vera absinthe, come questa, contiene l’artemisia. Dicono che faccia marcire il cervello, ma io non lo credo. Fa solo deviare i pensieri. La regola è di versarci dentro lentamente l’acqua, a gocce, ma io ho versato il liquore nell’acqua”.
(Per chi suona la campana)
il whisky mischiato all’acqua nella tazza aveva un sapore fresco e produceva nello stomaco un leggero calore. “Ma non ti circola per tutto il sangue come l’absinthe” pensò Robert Jordan. “Non c’è niente come l’absinthe.”
(Per chi suona la campana)
Got tight last night on absinthe and did knife tricks. Great success shooting the knife into the piano. The woodworms are so bad and eat hell out of all furniture that you can always claim the woodworms did it.
“It was a milky yellow now with the water and he hoped the gypsy would not take more than a swallow. One cap of it took the place of the evening papers, of all the old evenings in cafes, of all chestnut trees that would be in bloom now in this month, of the great slow horses of the outer boulevards, of book shops, of kiosks, and of galleries, of the Parc Montsouris, of the Stade Buffalo, and of the Butte Chaumont, of the Guaranty Trust Company and the Ile de la Cite, of Foyot’s old hotel, and of being able to read and relax in the evening; of all the things he had enjoyed and forgotten and that came back to him when he tasted that opaque, bitter, tongue-numbing, brain-warming, stomach-warming, idea changing liquid alchemy.
(For Whom The Bell Tolls)
L’altra sera sono stato abbracciato dall’assenzio.



Signori umani, vi dico marameo! E’ a Bruxelles che consumano maggior quantità di birra, è a Stoccolma che bevono più acquavite, a Madrid più cioccolato, ad Amsterdam più ginepro, a Londra più vino, a Costantinopoli più caffè, a Parigi più assenzio; ecco tutte le nozioni utili. Parigi ha il sopravvento, insomma. A Parigi anche i cenciaioli sono sibariti; a Diogene sarebbe piaciuto tanto essere cenciaiolo in place Maubert , quanto essere filosofo al Pireo.
(I Miserabili, parte III libro IV)
“E io?”, disse Grantaire, “Io sono qua.”
“Tu parlare ai repubblicani!… Tu riscaldare dei cuori raffreddati!”
“E perché no?”
“Forse che tu puoi essere capace a qualche cosa?”
“Ne ho la vaga ambizione”, disse Grantaire.
“Non credi a nulla.”
“Credo in te.”
“Grantaire, vuoi farmi un favore?”
“Tutto, anche lustrarti le scarpe.”
“Bene, non immischiarti nei nostri affari. Smaltisci il tuo assenzio.”
“Sei un ingrato, Enjolras.”
(I Miserabili, parte IV, libro I)
Quanto a Grantaire, nel pomeriggio aveva sorpassato il vino, mediocre sorgente di sogni. Il vino, presso gli ubriaconi seri, non ha che un successo di stima. In fatto di ebbrezza c’è la magia nera e la magia bianca; il vino non è che la bianca. Grantaire era un avventuroso bevitore di sogni. L’abisso di una sbornia terribile spalancato davanti a lui, invece di trattenerlo lo attraeva. Aveva lasciato la bottiglia e preso lo schop. [birra nera fortemente alcolica n.d.r.] Lo schop è il baratro. Non avendo sottomano né oppio, né hascish, e volendo riempirsi il cervello di crepuscolo, era ricorso a questo tremendo miscuglio di acquavite, di stout e di assenzio che produce letargie così terribili. E di questi tre vapori, birra, acquavite, assenzio, che è fatto il piombo dell’anima. Sono tre tenebre; la farfalla celeste vi annega; e vi si formano in una nube membranosa vagamente condensata in ala di pipistrello, tre furie mute, l’Incubo, la Notte e la Morte, volteggianti sopra la psiche addormentata.
(I Miserabili, parte IV, libro XII)



Absinthe, mother of all happiness, O
infinite liquor, you glint in my glass
green and pale like the eyes of the
mistress I once loved. Absinthe, mother
of happiness, like Her, you leave in the
body a memory of distant pain; absinthe,
mother of insane rages and of staggering
drunkeness, where one can say without
thinking oneself mad that one is loved
by one’s mistress. Absinthe, your
fragrance smoothes me…


“M. Laruelle si mescé un altro anìs. Beveva anice perché gli ricordava l’absinthe. Un intenso rossore gli si era diffuso sul volto e la sua mano tremò leggermente intorno alla bottiglia, dalla cui etichetta un florido belzebù brandiva una forca verso di lui.”
(Malcolm Lowry, Sotto il vulcano, Milano, Feltrinelli, 1997, p. 12)
Il Console abbassò finalmente gli occhi. Quante bottiglie, dopo? In quanti bicchieri, in quante bottiglie s’era nascosto, dopo d’allora? Ad un tratto le vide, le bottiglie di aguardiente, di anìs, di jerez, di Highland Queen, i bicchieri, una babele, di bicchieri a torre, come il fumo del treno di quel giorno alta fino al cielo, e che poi crolla, i bicchieri che precipitavano rotolando, infrangendosi, cadevano dai Giardini del Generalife giù per l’erta, le bottiglie che si frantumavano, le bottiglie di Oporto, tinto, blanco, bottiglie di Pernod, d’ Oxygénée, di assenzio, bottiglie esplose, bottiglie gettate via, bottiglei che cadevano con un tonfo sulla terra dei parchi, sotto le panchine, sotto i letti, sotto le poltrone dei cinematografi, nascoste nei cassetti dei Consolati, bottiglie di Calvados cadute inavvertitamente per terra e andate in pezzi, o esplose in mille frammenti, buttate sui mucchi d’immondizie, scagliate in mare, il Mediterraneo, il Caspio, il mar dei Caraibi, bottiglie galleggianti nell’oceano, scozzesi morti sugli altipiani dell’Atlantico, ed ora le vedeva, le fiutava, tutte, dalla prima all’ultima bottiglie, bottiglie, bottiglie e bicchieri, bicchieri, bicchieri di bitter, di Dubonnet, di Falstaff, di wisky di segale, di Johnny Walker, di Vieux Whiskey Blanc Canadien, gli aperitivi, i digestivi, di demis, i dobles, i noch ein Herr Obers, gli et glas Araks, i tusen taks, le bottiglie, le bottiglie, le belle bottiglie di tequila, e le zucche seccate, le zucche, zucche, zucche di meraviglioso mescal.
(Malcolm Lowry, Sotto il vulcano, Milano, Feltrinelli, 1997, p. 304-305)


Ils entrèrent dans un petit café et burent ensemble une absinthe; puis ils se remirent à se promener sur les trottoirs.
(Deux Amis)
Nel 1868 il suo Reggimento, il 102° degli ussari, andò di guarnigione a Rouen. In breve tempo, egli fu conosciuto in tutta la città. Tutte le sere, verso le cinque, faceva la sua comparsa sul corso Boieldieu, per prendere l’assenzio al Café de la Comédie, ma prima di entrarvi, aveva cura di fare un giro per tutta la passeggiata per mettere in mostra le cosce, il busto e i baffi.
(Il letto n. 29)
…Finalmente si mise seduto al tavolo esterno di una specie di osteria dove c’erano già diversi avventori e chiese: “Un Rhum”, come avrebbe chiesto: “un Assenzio”, senza pensare all’ora…

I took a bottle of pills. I’d been in Europe and I had a lot of absinthe and I was just drinking and drinking, trying to, you know, just shut my body down.



Quando il tramonto stende il suo velo di giacinto
Su Rastaquapolis,
E’ sicuramente l’ora di prendere l’assenzio,
Figlio mio, che ne pensi?
E’ d’estate soprattutto quando la sete ti ammazza
Come cento Dreyfous ciarlieri
Che conviene cercare una fresca terrazza
Lungo i viali,
Dove si sa di trovare l’assenzio migliore,
Quello di Pernod Fils;
Via gli altri! Come un diesis è un’illusione
Se non è di Gounod.
Dico lungo i viali e non a Roma,
Né dai Bonivards;
Perché per essere assenzista non si è meno uomini,
E sui nostri viali
Si vedon passare le creature più soavi
Dai modi più gentili:
Mentre si beve, si ridestan gl’istinti,
E’ delizioso…ma sorvoliamo.
Voi avete il vostro assenzio, si tratta di farlo;
Non è, credete a me,
Cosa da poco, come pensa un popolo vano,
Banale e senza emozione.
Non si deve aver l’anima altrove occupata
Per il momento almeno.
L’assenzio vuole innanzitutto una bell’acqua ghiacciata,
Sia testimone il cielo!
Acqua tiepida non ce ne vuole: Giove la condanna.
Tu stesso che ne dici?
Tanto varrebbe, in fede, bere piscio d’asino
Oppure brodo acido.
E non andate come se foste uno di Hannover,
Soprattutto a spaventarmelo,
Con la vostra caraffa, penserebbe, poveretto!
Che volete affogarlo.
Rassicuratelo sempre con una prima goccia…
Lì…lì…piano piano.
Lo vedrete allora palpitare, tutto vibrare,
Ingenuamente sorridere;
Bisogna che l’acqua sia per lui rugiada,
Sappiatelo bene:
Destate i succhi di cui è composto
A poco a poco soltanto.
Come una giovane sposa esita e s’impaurisce
Quando, la prima notte,
Il marito bruscamente sul letto l’assale
A sé solo pensando…
Ma, ecco: nell’intervallo sboccia l’assenzio,
Diventa iridato come attraversasse l’opale
Con spirito raro.
Ora potete sorbirlo, è fatto;
E il caro liquore
All’istante vi metterà in testa la gioia
E l’indulgenza nel cuore…
(Five o’clock absinthe)
Ah ! mon Dieu ! Vierge sainte !
C’est fini de l’absinthe,
Si ces dames de Reims
S’en mêlent ! Pauvres trognes,
Pauvres diables d’ivrognes,
Horresco referens.
Ce manifeste, certe,
Contre la muse verte
Part d’un bon sentiment
Si, sous vos doigts de rose,
La prose en est éclose
Toute spontanément.
Mais je vous crois sournoises,
Charmantes Champenoises,
Et je serais surpris
Si vous n’étiez les porte-
Parole, en quelque sorte,
De messieurs vos maris,
Les marchands de champagne.
Car cette erreur les gagne
De croire mais, en vain,
Ils prêchent pour leur sainte
Qu’en supprimant l’absinthe,
On boira plus de vin.
Ils battent la campagne,
Vos marchands de champagne.
Si c’est ça leur souci,
Ils se créent des chimères.
Au surplus, mes commères,
Retenez bien ceci:
Le monde se partage
En deux pas davantage:
Les absinthiers, et puis
Ceux ayant l’horreur sainte
De cette même absinthe,
Tel, moi, de l’eau des puits.
Les premiers, plus tenaces,
Malgré lois et menaces,
Plutôt que s’évader
De leur coupable vice,
Par quelque saint office
Se laisseraient arder.
Cependant, tout arrive.
Et grâce à votre active
Et forte pression,
Il se peut qu’on ne puisse
Dorloter, plus qu’en Suisse,
Sa verte passion.
En serez-vous, mesdames,
Plus tranquilles ? Non, dame!
Car ces drôles de corps
D’absinthiers, et pour cause,
Trouveront autre chose
De plus mauvais encor.
Il est des alcools pires,
Bien autrement vampires, qui leur seront régal.
Quant aux vins de vos vignes,
Quoi qu’ils soient des plus dignes,
Ça leur est bien égal.
Et, de toute manière,
Jusqu’à leur mort dernière,
Ils sont bien résolus
J’en jure Dieu le père
A n’en pas prendre un verre
De champagne de plus.
(VIN ET ABSINTHE, le Journal, 30 nov. 1908)
Vous qui buvez votre absinthe
Que vous nommez herbe sainte,
A la porte des cafés,
Sans songer que la cruelle
Vous ratisse la cervelle,
Misérables assoiffés!
Voulez-vous que je vous dise
La façon la plus précise
De conjurer le danger ?
Mêlez-y cette exquisette
Et marquisette Anisette.
S’ils n’ont plus d’absinthe en Belgique,
C’est pas la peine d’y aller.
Quoi faire en ce pays tragique,
S’ils n’ont plus d’absinthe en Belgique?
Les filous tourneront leur chique
Deux fois avant d’y s’exiler
S’ils n’ont plus d’absinthe en Belgique,
C’est pas la peine d’y aller.
Luipold, ce roi d’opéra-bouffe,
Prend pour des poires ses sujets.
Il fait de la royale esbrouffe,
Luipold, ce roi d’opéra bouffe.
Je veux que la peste me bouffe
S’il n’a pas la cervelle en jais.
Luipold, ce roi d’opéra bouffe
Prend ses poires pour des sujets!
C’est un pas de clerc, d’écrevisse,
Que fait l’empereur du Congo,
Il faudrait que j’en écrivisse :
C’est un pas de clerc, d’écrevisse.
On ne supprime pas un vice
Comme ça, d’un trait, tout de go.
C’est un pas de clerc, d’écrevisse,
Que fait cette « horreur du Congo».
Luipold, supprimer « l’herbe sainte »
N’est pas dans le pouvoir humain.
Ah ! mon Dieu Seigneur ! Verge enceinte!
Luipold ! supprimer l’herbe sainte!
Qui m’est parlant dans cette enceinte
Cent fois plus chère que la main.
Luipold, supprimer « l’herbe sainte »
N’est pas dans le pouvoir humain!
Et puis, veux -tu que je te dise!…
Tu t’es mis bien tard en émoi,
Pour cette verte marchandise.
Et puis veux-tu que je te dise :
Admettons qu’elle nous détruise,
Si je veux me détruire moi!
Et puis, veux -tu que je te dise!…
Tu t’es mis bien tard en émoi.
Prince pour refrain de ballade,
Chacun de nous a son compas,
Et de même sa limonade;
L’absinthe ne me rend malade
Que les jours où je n’en prends pas,
Prince pour refrain de ballade,
Chacun de nous a son compas.
Le peuple belge est bien godiche
D’accepter ta loi sans fracas,
O Luipold ! C’est un vrai caniche,
Le peuple belge est bien godiche:
Au lieu le long de ton affiche
De déposer de gros cacas!
Le peuple belge est bien godiche
D’accepter ta loi sans fracas!
Ce sont des bœufs ou bien des gnous.
Je prévoyais des estocades.
Non ! Ils l’acceptent à genoux!
Ce sont des bœufs ou bien des gnous.
Il en faut moins que ça chez nous
Pour nous induire en barricades.
Ce sont des bœufs ou bien des gnous
Que tes peuples ! ou des malades,
Prince pour refrain de ballades.
(L’Absinthe interdite en Belgique, Courrier Français, 15 mars 1906)
Loin de nos compites, cambuses,
De nos cochons et de nos buses,
Comme de nos gaîtés Dreyfuses,
Je suis allé dans la forêt,
Me délasser qui le croirait ?
Des fatigues du cabaret.
Car le cabaret me fatigue,
Et cependant je m’y prodigue
Dieu sait ! la belle digue digue.
Mais je suis énergique peu.
Ah ! que dis-je ? énergique… on peut
Me conduire par mon cheveu.
Et je crois bien qu’a ce Delorme,
Buveur puissant, girafiforme
Sur moi une influence énorme.
Je vois mon bougre chaque jour
Faire d’un café son séjour,
S’y gargariser comme un sourd;
Or, comme j’ai en sa manière
D’agir confiance plénière,
Je m’enrôle sous sa bannière.
Hélas pourquoi l’ai-je connu?
Pourquoi cet être peu charnu
Est-il de Rouen revenu?
Ces gars Normands, jadis austères,
A la bravoure légendaire,
Qui nous conquirent l’Angleterre
Mais ne surent pas la garder,
N’en ont, sans vouloir brocarder,
Pris que l’art de se pocharder.
Ah! Delorme haut comme un orme,
Votre exemple qui me réforme
Me cause un préjudice énorme.
Mais, rien n’y fait et n’y refait,
J’étais donc hier au cabaret…
Je veux dire dans la forêt.
Elle avait mis un beau costume
De pourpre automnale et de brume,
Et je méprisais le bitume,
Remerciant le Dieu vivant
De nous donner (car, pas souvent)
Un automne point décevant.
J’admirais les chênes, poèmes
De rouge et de jaune suprêmes,
Pareils à de gros chrysanthèmes;
J’entendais les derniers accords
Des glorieux baisers, des cors
Sonnant l’hallali des dix-cors;
Et je voyais donc les clairières
Les nymphes montrant des derrières
Tels que n’en ont les empérières…
Enfin, Delorme, croyez bien
Que je goûtais, comme il convient,
Ce spectacle néo-païen;
Je r-étais une créature
Tout près de sa mère nature,
Et que loin de toute imposture!
Quand, tout à coup, qu’est-ce que c’est
Que j’entends, là, dans mon gousset?
Ma montre ! qui m’avertissait
Que c’était l’heure de l’absinthe.
Ah! Seigneur, Jésus, Vierge sainte!
Que fais-je ici, dans cette enceinte?
Dis-je, et je maudis la forêt
Qui n’avait pour moi plus d’attrait
Puisque aucun pauvre cabaret…
Je vous maudis aussi, mon maître,
Pour avoir fait de moi cet être
Sans plus rien en lui de champêtre,
Qui ne saurait trouver d’appas
Aux plus beaux jardins d’ici-bas,
Du moment que l’on n’y boit pas.
(L’HEURE DE L’ABSINTHE, Le Courrier Français, 28 nov. 1897)
Il existait donc sous l’Empire
Un certain nommé Pelloquet,
Assez artiste, ivrogne pire,
Et pâle convive au banquet
De la vie. Hélas, oui! Le povre
N’avait que de mystérieux
Châteaux pour la rime en Hanovre,
Mais en Espagne serait mieux.
Il était, de ces vieux bohèmes,
Dans l’insouciance enlisés,
Qui, rêvant tout haut leurs poèmes,
Les tiennent pour réalisés.
Il allait à la découverte
D’on ne sait quels Eldorados
Que lui montrait la « Muse Verte »,
Les autres lui tournant le dos.
A ce déplorable régime,
Qui le rongeait comme un vautour,
Son corps devint d’un cacochyme,
Et son cerveau fit demi-tour.
La fâcheuse paralysie
Le cloua, jeune, sur son lit;
Et finalement l’aphasie,
Pour ainsi dire, l’abolit.
En proie à quelque maléfice,
Il n’avait plus, au bout d’un laps,
Qu’une syllabe à son service;
Cette syllabe était : « abs… abs… »
Il allait la mâchant sans cesse.
On n’en pouvait rien tirer plus.
Pour percer cette nuit épaisse,
Tous efforts étaient superflus.
Pourquoi cette âpre réticence?…
Voulait-il exprimer par là
Qu’il avait parfois une absence ?…
On s’en fut douté sans cela.
Cette syllabe inepte, kurde,
Pouvait signifier encor,
Qu’il trouvait l’existence absurde,
Et voulait changer de décor?…
On finit par l’envoyer paître.
Mais comme il courait au trépas,
On fit intervenir un prêtre,
Qui, lui, du moins, n’hésita pas.
« Voici, -dit-il le pauvre diable
Ne se fait aucune illusion
Sur sa fin irrémédiable.
Abs veut dire absolution… »
Or, le moribond, sur sa couche
Où le désespoir l’affolait,
Laissa voir en son œil farouche
Que ce n’est pas ce qu’il voulait.
Un ami, sur ces entrefaites,
S’écria, d’un air inspiré :
« Ah! mon Dieu que nous sommes bêtes!
Attendez, monsieur le curé… »
Et fut quérir une bouteille.
Elle avait un fier gabarit
Il faut croire car, ô merveille!
Notre vieux Pelloquet sourit
Dès qu’il la vit. Il fit un geste
Pour l’atteindre, un suprême effort.
La camarade eut la main plus preste.
« Abs… », dit-il, et retomba mort.
Ah ! Seigneur! et vous, Vierge sainte!
Il ne voulait qu’un « perroquet » ;
Abs ne voulait dire qu’absinthe!
Pauvre bougre de Pelloquet!
(LA MORT DE PELLOQUET, (légende), Le Journal, 19 fév. 1906)
(A Madagascar, il est usage de continuer à nourrir les défunts au-delà de la trépas. A celui qui a été ivrogne sa veuve considère comme un devoir de lui apporter sa boisson favorite…
« lectures de femmes »)
Ah! ma pauvre carcasse,
Par cette chaleur-ci,
Que n’es-tu madécasse,
Tu serais moins d’ici!
Tout ce que l’on me narre
De ce peuple barbare
M’estomire et m’effare,
Me rafraîchit aussi.
J’ai toujours dit en somme,
Que ce Madagascar
Avait l’air d’un brave homme
D’endroit, un vrai lascar,
Un asile champêtre
Où j’eusse voulu naître.
Du confort, du bien être
Un véritable instar.
Dieu ! que la France est vaine
Auprès de ces pays!
Ah ! je comprends sans peine
Qu’on les ait envahis.
Les mœurs et les usages
Y sont cent fois plus sages
Que chez nous, Blancs-visages
Qu’ils nomment les ouis-ouis.
Là-bas, le mariage
Me parait, tout d’abord,
Offrir un avantage
Que je prise en mon fort;
Car la loi sévit, telle
Que ma femme fidèle,
Si je meurs avant elle,
Doit me nourrir encor!
Bien mieux : si la biture
Est mon léger défaut,
Ma seconde nature,
Elle doit, il le faut
Devant qu’elle sévisse
Mettre tout son office
A respecter mon vice
Par-delà le tombeau.
Ici, c’est un calvaire.
Pour un verre de trop,
La femme vocifère,
Glapit comme un blaireau;
Elle peste, elle rogne,
Vous traite de carogne,
D’enfant de la Pologne
Et de fleur de bistro.
Tandis, là-bas, macache!
Que si je suis nanti
D’une épouse malgache
Loin d’en être investi,
Je puis boire, sans phrase,
Et sans qu’elle me rase,
Voire encor quelle occase
Lorsque je suis parti.
Je suis donc mort. Ma veuve,
En place Dieu merci
De pleurer comme un fleuve,
Ce dont je n’ai souci
Songe, d’après la clause,
Qu’il faut qu’elle m’arrose
Mais de tout autre chose
Que de pleurs. C’est ainsi
Qu’à l’heure où le jour tombe,
Elle vient, jeune hébé,
Déposer sur ma tombe
Mon vieux Pernod frappé;
Et je me crois encore
Assise, humble pécore
Que le néant décore,
A l’ombre d’un café.
(L’ABSINTHE DU MORT, Le Journal, 18 juillet 1904)
Absinthe, ô ma liqueur alerte,
Il me semble, quand je te bois
Boire l’âme des jeunes bois
Pendant la belle saison verte.
Ton frais parfum me déconcerte
Et dans ton opale je vois
Des cieux habités autrefois
Comme par une porte ouverte.
Qu’importe, ô recours des maudits,
Que tu sois un vain paradis,
Si tu contentes mon envie;
Et si, devant que j’entre au port,
Tu me fais supporter la Vie,
En m’habituant à la Mort.
(Sonnet de l’Absinthe, Le Courrier Français, 24 oct 1886)
On m’a pu rencontrer, certe,
A des tables de café,
Devant une liqueur verte
Dont je paraissais coiffé.
Là-dessus, c’est des gens braire
Que je suis absinthé:
O parole téméraire!
Jugement précipité!
Moi m’absinther! Vierge sainte!
N’en déplaise à mainte et maint
Ce qu’ils croient être une absinthe
N’est autre qu’un Pippermint!
Comment peut-on les confondre?
Il faut être aveugle et sourd…
Prendre les brouillards de Londre
Pour ton jardin, Luxembourg.
L’absinthe est d’un vert macabre.
Tout oeil se fane à la voir
Et tout estomac se cabre
A ce vin de désespoir.
L’absinthe, la misérable,
Se trouble au contact de l’eau:
Faut-il qu’elle soit coupable!…
Eloignez-moi ce tableau.
Tu vroirais voir dans ton verre
Verdâtre et calamiteux
L’affreux masque de Voltaire
Et ton sourire hideux.
le Pippermint, au contraire,
A peine est-il dilué,
Qu’en une émeraude claire
Il est aussitôt mué.
C’est le vert de l’espérance
sans rien de fallacieux,
Le vert des côteaux de France
Qui vous rafraîchit les yeux.
L’absinthe est la vieille rêche.
Le Pippermint a vingt ans.
L’une c’est l’hiver revêche,
Et l’autre c’est le printemps!
Mais à quoi bon poursuivre…
Trêve de comparaison;
C’est comme mourir et vivre,
L’une a tort, l’autre a raison.
Pippermint! boisson charmante
Fraîche comme l’eau des puits,
Délicat extrait de menthe
Incomparable aux déduits!
Tu requinques les malades,
Exaltes les bien portants.
On peut te boire en rasades,
En petits verres, d’autant.
Digestive apéritive
On peut te boire en tout temps,
Que dis-je ? liqueur active,
Tu guéris du mal de dents.
Une mère de famille
Bien loin de refuser
Doit l’ordonner à sa fille,
Sans toutefois abuser.
Las! pourquoi moi, triste fauve,
T’ai-je si tard connu?
Je ne serai pas si chauve,
O Pippermint! devenu.
Mais, si tu ne fus pas nôtre
Dès le principe, je peux
Te recommander aux autres,
Te léguer à mes neveux.
Qu’on ne vienne plus me dire
Que je me livre à l’absinthe;
C’était bon avant l’Empire,
Aujourd’hui, je pipperminte.
(Le Pippermint, le Courrier Français)
Absinthe, je t’adore, certes!
Il me semble, quand je te bois,
Humer l’âme des jeunes bois,
Pendant la belle saison verte!
Ton frais parfum me déconcerte.
Et dans ton opale je vois
Des cieux habités autrefois,
Comme par une porte ouverte.
Qu’importe, ô recours des maudits!
Que tu sois un vain paradis,
Si tu contentes mon envie;
Et si, devant que j’entre au port,
Tu me fais supporter la Vie,
En m’habituant à la Mort.
En 1901, la maison Pernod fut la proie d’un incendie extraordinaire suite à la foudre. L’absinthe stockée en grande quantité aurait pu provoquer des explosions et même un incendie total de Pontarlier si un ouvrier n’avait pas pris l’initiative de vidanger les cuves directement dans le Doubs, rivière toute proche de la Distillerie
Hélas ! qu’apprends-je?
Qu’est-ce que j’oi?
Quel bruit étrange
Vient jusqu’à moi?
Quoi ! cette usine
Aurait pris feu
Comme résine!
Ah ! nom de Dieu!
C’est une intrigue,
C’est un complot,
C’est une ligue
Contre Pernod,
Contre moi-même.
Que voulez-vous?
Il est de blêmes
Salauds partout.
On m’assassine,
On me veut mort.
On me cuisine
Le pire sort.
Est-ce possible
Que l’on m’ait pris
Ainsi pour cible,
Dans un mépris?
Car mon absinthe
Il me la faut,
Cette herbe sainte
Du fils Pernod,
Elle est mon vice
Et mon défaut;
Me rend service.
Et quoi prévaut,
D’ailleurs sur elle?
N’est-elle pas
Quel hippocras,
Quelle Wallace
M’en tiendra lieu?
Tout est fallace
Et tout hébreu
Sur cette terre
De Jean Aicard,
A tous égards,
Et, que je boive
Que faudra-t-il?
Que je conçoive
De plus subtil?
Que cette absinthe
Auprès de quoi
Est coloquinte
Tout ce qu’on boit;
Ma seule envie,
Mon seul remords ;
Elle est ma vie,
Elle est ma mort.
Hélas! Et dire
Pendant que je
Livre ma lyre
A pareil jeu,
Que je quinquine
Du Dubonnet.
Mais ça fait quine,
On me connaît.
(Incendie chez Pernod fils, le Courrier Français, 25/08/1901)
Ainsi, dans ma foi naïve,
J’ai bien souvent proclamé,
Dans cette admirable enceinte,
Que l’absinthe,
Ce breuvage mal famé,
N’est point la nocive chose
Qu’on suppose,
Un redoutable poison…
Des hommes d’expérience,
De science
M’ont donné cent fois raisons.
Aussi bien nos fiers sicambres
Des deux chambres
Quelques-uns l’apprécient fort
Se sont fait sans préambule,
Un scrupule
De la condamner à mort.
Disons-le: l’essence acerbe
De cette herbe
Est, prise modérément,
Stomachique et fébrifuge
Si j’en juge
D’après mon tempérament.
Au demeurant, n’en abuse
Pauvre buse
Jusqu’à saturation;
Car les boissons les meilleures
Sont des leurres,
En trop grandes rations.
C’est toutes les infamies
Les chimies
Qu’introduisent sans merci,
Dans l’absinthe, des pratiques
Qui nous gâtent celles-ci.
C’est encore un tas de plantes
Qui dénaturent son goût;
Et de toutes, la thuyone
La moins bonne
Broche, dit-on, sur le tout.
Si l’on mariait encore
Cette flore
A quelques alcools loyaux…
Mais non, on te les macère,
O misère!
Dans un affreux tord-boyaux.
Après tout, il est possible,
Que précisément soit
Cette thuyone illicite,
Qui m’excite,
En l’absinthe que je bois.
Et que cette thuyone
C’est un poison lent et doux;
Sans cela je devrais être,
Pauvre ancêtre,
Depuis longtemps dans les choux.
(la ” THUYONE “, 17 juin 1912)
Je professe une horreur sainte
Pour l’absinthe:
Déjà je m’en suis ouvert
C’est une liqueur coupable,
C’est le diable
Lui-même, le diable vert.
C’est le diable fait liquide.
Un perfide
D’où sort, c’est incontesté,
Un vrai parfum qui l’obsède.
Ne lui cède
Ou te voilà possédé.
Je hais aussi d’une sorte
Aussi forte
Tous ces nègres du Congo:
Bitters, amers que la menthe
Quand ça n’est le curaçao.
Si l’on songe qu’ils oxydent,
Qu’ils trucident
Les plus durs matériaux,
Tu vois d’ici quels ravages
Ces sauvages
Font dans tes petits boyaux.
Le vermouth qui est de France
N’est que rance,
Tu as beau le guignolet;
Celui de Turin, ma chère,
Vrai clystère,
Me fait tout de suite… aller.
Gins et whiskys m’abrutissent,
Me ratissent;
Le cocktail me fout le spleen:
J’aimerais cette chimie,
Si jamais je deviens queen.
Le byrrh n’est meilleur ni pire
Plutôt pire.
Quant au dénommé cassis
Autant boire, par ma fine!
Pas, fi fine?
Sagan*, ton coco gratis
De même, je considère
Le madère
Comme un bruit qu’on fait courir
Que si jamais vous en bûtes,
Pauvres brutes,
Vous avez du bien souffrir…
Et c’est pourquoi je proteste
Et je peste,
Et pour bien d’autres motifs
Encor, contre ces mixtures,
Ces ordures
Que l’on dit apéritifs.
Qui sous leur aspect candide,
Leur air Dide
Sont faits avec des mégots,
Des débris de fruits qu’usinent,
Que cuisinent
D’ingénieux saligauds.
« Mais alors, va t’on me dire,
Tu veux rire;
Qu’est-ce tu bois au café,
A l’apéritif ? Dis, qu’est-ce?
Car sans cesse
T’as le gosier échauffé? »
Ben, je bois ce que dois boire,
Il faut croire,
Tout être qui s’y connaît:
Cette chose incomparable,
Le Quinquina Dubonnet!
(Quinquina Dubonnet, 1895)
À Paul Mounet
M. Bordas, sous-chef du laboratoire municipal, injecte dix centimètres cubes d’absinthe à un cobaye, pour démontrer la toxicité mortelle de ce breuvage.
Dix centimètres! quelle cuite!
Pourquoi pas trente, tout de suite?
Pauvre cobaye! dont la fin
Est de servir l’expérience
De ces messieurs de la science,
Avec son frère le lapin.
Mais, ô savant, que je respecte,
Sache bien que je m’en injecte
Relativement moins. Ainsi,
C’est donc comme si moi bêlitre,
Il me fallait en boire un litre,
Dans une séance… Merci!
Moi, ces dix centimètres cubes
D’absinthe jetés dans mon tube,
Je puis hardiment les braver,
Sans même hésiter sur ma tige,
Mais ce n’est pas un tel prodige
Qu’un cobaye en puisse crever.
En outre, que prouve la chose!
Pour ce petit cochon en cause,
Pas plus gros en tout que le poing
L’absinthe, idiosyncrasique,
Peut être infiniment toxique,
Pour moi, ne l’être du tout point.
Chacun, comme il le peut, s’en tire.
Ne me suis-je pas laissé dire
Par exemple, que le persil,
Qui m’est à moi fort salutaire,
Etait au perroquet contraire,
Tout autant qu’un coup de fusil?
De même mon gosier se cabre,
Quand je veux avaler un sabre,
Tandis que j’ai vu, chez Barnum,
Je ne sais quelle créature
Dont c’est l’ordinaire pâture.
Que voulez-vous ?… cuique suum.



Viens, les vins vont aux plages,
Et les flots par millions!
Vois le Bitter sauvage
Rouler du haut des monts!
Gagnons, pèlerins sages,
L’absinthe aux verts piliers
(Comédie de la soif. Les amis)

“In onore del poeta bevevamo assenzio
che è più verde
di tutto ciò che è verde,
e quando dal nostro tavolo guardavamo fuori dalla finestra
sotto la banchina fluiva la Senna”



I’m lying on the boatswain’s locker
smoking “Fem Blå Bröder”
thinking of nothing
The sea is green
dark absinthe green
it is bitter like magnesium chloride
and saltier than sodium chloride
it is chaste like potassium iodide
and oblivion, oblivion
from large sins and large sorrows
you find only in the ocean,
and absinthe!
O green absinthe sea,
o calm absinthe oblivion,
numb my senses
and let me fall asleep in peace,
as I fell asleep before
over an article in
Revues des deux Mondes!
Sweden lies like smoke
like the smoke from a Maduro Havanna
and the sun is sitting above
like an almost extinguished cigar,
but around the horizon
the quarries stand red
like bengal fires
shedding light on the misery.
(Sunset on the ocean Translated by Markus Hartsmar, 2004)
From the sickroom’s chloral smelling pillows,
darkened by suffocated sighs
and hitherto unheard blasphemes;
from the bedside table,
encumbered with medicinal bottles,
prayer books and Heine,
I stumbled out on the balcony
to look at the sea.
Shrouded in my flowered blanket
I let the October sun shine
on my yellow cheeks
and onto a bottle of absinthe,
green as the sea,
green as the spruce twigs
on a snowy street
where a funeral cortège had gone ahead.
The sea was dead calm
and the wind slept —
as if nothing had passed!
Then came a butterfly,
a brown awful butterfly,
which once was a caterpillar
but now crawled its way up
out of a newly set heap of leaves,
fooled by the sunshine
oh dear!
Trembling from cold
or unaccostumedness
he sat down
on my flowered blanket.
And he chose among the roses
and the anilin lilacs
the smallest and the ugliest one —
how can one be so stupid!
When the hour had passed
and I got up
to go and get inside,
he still sat there,
the stupid butterfly.
He had fulfilled his destiny
and was dead,
the stupid bastard!
(Indian summer- Translated by Markus Hartsmar, February 2007)



A FRANCOIS COPPEE (in Dédicaces)
Les passages Choiseul aux odeurs de jadis.
Oranges, parchemins rares, — et les gantières !
Et nos « débuts ‘ ». et nos verves primesautières,
De ce Soixante-sept à ce Soixante-dix.
Où sont-ils? Mais où sont aussi les tout petits
Événements et les catastrophes altières,
Et le temps où Sarcey signait S. de Suttières,
N’étant encore pas mort de la mort d’Athys ?
Or vous, mon cher Coppée, au sein du bon Lemerre
Comme au sein d”Abraham les justes d’autrefois,
Vous goûtez l’immortalité sur des pavois.
Moi, ma gloire n’est qu’une humble absinthe éphémère
Prise en catimini, crainte des trahisons,
Et si je n’en bois pas plus c’est pour des raisons.
Ce que j’aime, Dieu seul le sait.
Autant que le diable l’ignore…
J’aime d’abord ce qui me fait
Plaisir, — puis ce qui presque encore
(Telles, pilules que l’on dore)
Me fait mal, peine, doute ou peur.
Mais, mes amis, ce que j’adore
Surtout, ce sont mes éditeurs.
J’aime la femme, — un fait, ce l’est
Indubitable, — comm’ j’abhorre
(Avec apocope) le laid !
J’aime l’absinthe bicolore:
Verte et blanche, autant que j’honore
De loin l’eau pure et ses horreurs.
Mais ce qui vaut un : «Ah ! » sonore
Surtout, ce sont mes éditeurs.
Ils sont charmants, doux comme lait.
Luisants comm’ louis qui se dore
(Avec apocope) et qui plaît
À tout le monde. Un los s’essore,
Et l’envieux que l’envi’ fore
(Avec apocop’) — ses fureurs ! —
(Avec idem) crèv’ comm’ pécore ;
Mais, au fond, viv’nt mes éditeurs !
Du Kohinnor et de Lahore
Princes trop grands, mais peu donneurs.
C’est vers vous que je m’édulcore.
Mes chers, mes tendres éditeurs.
AUTRE MAGISTRAT (in Invectives)
Je veux, pour proclamer dignement ses louanges,
M’aider du sistre d’or ainsi que font les anges
Célébrant le Seigneur,
Et, poète sans frein, plein d’un noble délire,
Chanter, m’accompagnant aux cordes de la lyre.
Une ode en son honneur.
Car il est grand, malgré son nom. Vastes contrastes
Grand, Petit. Et je veux choisir entre ses fastes
Un haut fait de renom…
C’était voilà longtemps, environ quatre lustres.
Deux voyageurs alors, ni l’un ni l’autre illustres.
Riches, je crois que non,
S’arrêtèrent dans un buffet dans une gare,
Et ma foi, las et soûls de toute la bagarre
D’un train â bon marché.
Burent sans trop compter, marcs, rhums, bitters, absinthes.
Et dame ! leur langage en paroles peu saintes
S’était, las ! épanché,
Quand des gendarmes, représentant la morale.
Empoignèrent les imprudents, et, sépulcrale
Leur voix hurla : «Allaiz ! »
Ils allèrent jusqu’au superbe hôtel de ville
De la ville (beffroi superbe et de quel style !)
Qui servait de palais.



After the first glass, you see things as you wish they were.
After the second, you see things as they are not.
Finally, you see things as they really are,
which is the most horrible thing in the world.

La suddetta citazione è una delle più conosciute nel panorame dell’assenzio. E’ stata spesso attribuita ad Oscar Wilde, ma non se ne trova traccia nelle sue opere e/o nelle sue lettere pubblicate.
Compare però in un libro del 1930 di Ada Laverson, amica di Wilde, e in “My Three Inns” di John Fotheragill (1949), pur con alcune trascurabili variazioni.
Anche Fothergill sostiene che si tratta di una ciazione di O. Wilde, ma i dubbi restano..

Absinthe has a wonderful color, green. A glass of absinthe is as poetical as anything in the world. What difference is there between a glass of absinthe and a sunset?”


“Oh! che brutta cosa il bere!”, disse sottovoce.
E raccontò che un tempo beveva l’anisette con la madre, a Plassans. Ma un giorno per poco non ne era morta, e la cosa l’aveva disgustata per sempre: adesso non sopportava più nessun liquore.
“Vedete!”, aggiunse indicando il suo bicchiere, “ho magiato la prugna, ma lascerò il sugo, mi farebbe male”.
Nemmeno Coupeau riusciva a capire come si potessero bere tanti bicchieri pieni d’acquavite. Una prugna ogni tanto certo non poteva far male. Ma quanto all’acquavite, all’assenzio e a tutte le altre porcherie del genere, buona notte! davvero non se ne sentiva il bisogno. I suoi compagni potevano anche prenderlo in giro: lui continuava a rimanere sulla porta, quando quegli ubriaconi andavano a ficcarsi in qualche distilleria.
(L’ammazzatoio, cap. II)
Boche aveva conosciuto un falegname che si era messo nudo come un verme in rue Saint- Martin ed era morto ballando la polca; non beveva che assenzio.
(L’ammazzatoio, cap. XIII)

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