Il 18 febbraio 2026, il Tribunale di Commercio di Besançon ha posto la Distillerie Les Fils d'Émile Pernot in liquidazione giudiziaria. Fondata nel 1889 a Pontarlier e oggi con sede a La Cluse-et-Mijoux nel Haut-Doubs, era una delle più antiche distillerie di assenzio ancora in attività in Francia. Una notizia che ha fatto il giro della comunità internazionale degli appassionati di assenzio con la velocità di un colpo di tamburo funebre, ma che, a ben guardare, non ha sorpreso quasi nessuno di quelli che seguivano da vicino le vicende di questa casa.
Il tribunale ha autorizzato la prosecuzione dell'attività nell'attesa di un eventuale acquirente. Sei dipendenti attendono. Gli antichi alambicchi in rame tacciono, o quasi.
La mia visita alla distilleria con gli alambicchi Egrot: strumenti di rame progettati appositamente per la distillazione dell'assenzio nell'epoca d'oro della Fata Verde, oggi non più in produzione.
Monumenti silenziosi di un'arte che aspettano di sapere chi li farà funzionare domani.
Una crisi che durava da anni
Il fallimento del febbraio 2026 non è arrivato all'improvviso. La procedura di salvaguardia era stata aperta il 22 giugno 2022 dal Tribunale di Commercio di Besançon, con la nomina di un amministratore giudiziario e di Maître Pascal Guigon come mandatario. Un anno dopo, il 21 giugno 2023, il tribunale aveva adottato un piano di salvaguardia della durata di dieci anni, segno che si cercava disperatamente una via d'uscita sostenibile nel lungo periodo. Non è bastato.
La riorganizzazione giudiziaria è stata pronunciata nel novembre 2025, con data di cessazione dei pagamenti fissata al 19 novembre 2025. Meno di tre mesi dopo, il tribunale tirava le conclusioni. Nel settembre 2025 i soci avevano già preso atto delle dimissioni del direttore generale Laurent Noyer, con effetto dal maggio 2025. Un ulteriore segnale di instabilità interna in un momento già critico.
Le origini: un nome, una strategia
Per capire il peso di ciò che si è perso, bisogna tornare alle origini. Émile Pernot era inizialmente un commesso viaggiatore. Tra il 1889 e 1890 entrò come socio nella distilleria Parrot Frères a Pontarlier, portando in dote soprattutto il proprio cognome. Non era un dettaglio secondario: la Maison Pernod Fils, insediata a Pontarlier dal 1805, era il leader mondiale dell'absinthe, sinonimo assoluto di qualità e prestigio. In quell'epoca era pratica diffusa, tra i produttori minori, quella di scegliere nomi commerciali che richiamassero foneticamente o graficamente il marchio dominante, creando nella mente del consumatore un'associazione vantaggiosa.
Chiamarsi Pernot invece di Pernod, o costruire etichette graficamente simili, non era una coincidenza: era una strategia. L'associazione con i fratelli Parrot permise a questi ultimi di modificare la propria ragione sociale in E. Pernot & Cie, capitalizzando esplicitamente su quella vicinanza di nome. Due anni più tardi, Émile Pernot si separava dai Parrot e fondava la propria casa: la Maison Pernot Émile.

Da allora, la storia della distilleria è quella di un'impresa familiare che ha attraversato l'epoca d'oro dell'assenzio, ne ha subito il proibizionismo nel 1915, ha riconvertito la produzione e ha poi cavalcato la rinascita della Fata Verde nei primi anni 2000, diventando uno dei riferimenti più rispettati del settore a livello internazionale.
Nel 2009 la distilleria si trasferì a La Cluse-et-Mijoux, nello storico edificio dell'antica distillerie Cousin Jeune, ai piedi del castello di Joux. Lo stesso luogo in cui un giovane Émile-Joseph Pernot aveva mosso i suoi primi passi un secolo prima. Un cerchio che si chiudeva con eleganza.
Da patrimonio familiare a gestione finanziaria
Émile-Gérard Pernot, pronipote del fondatore, aveva guidato la distilleria fino al gennaio 2005, quando cedette l'azienda di famiglia a Pierre Beuchet, un commerciante di vini della Borgogna. La transizione inizialmente sembrò positiva: Beuchet ampliò il portafoglio rilevando la distilleria Deniset-Klainguer nel 2006 e poi gli storici impianti di La Cluse-et-Mijoux nel 2009, sviluppando anche l'export internazionale.
Sotto questa gestione, la piccola distilleria aveva ritrovato una buona reputazione internazionale nei primi anni 2000. Prodotti come l'Absinthe Roquette 1797 e l'Absinthe Vieux Pontarlier erano diventati riferimenti rispettati tra gli intenditori di tutto il mondo. Era l'Émile Pernot che molti di noi conoscevano e amavano. Poi qualcosa si è incrinato.

2014: quando gli esperti iniziarono ad accorgersi
Intorno al 2014, chi seguiva da vicino il mondo dell'assenzio, noi dell'Académie de l'Absinthe tra i primi, iniziò a notare qualcosa di preoccupante nei prodotti di Émile Pernot. Non si trattava di un singolo difetto isolato, ma di un cambiamento di registro più profondo.
Alcuni lotti di absinthe avevano veri e propri difetti. In alcuni casi si avvertiva una forte presenza di code, le componenti finali della distillazione, ricche di alcoli pesanti, che conferiscono note sgradevoli e pungenti quando non vengono separate con cura dal cuore del distillato.
Nei casi migliori i profili organolettici sembravano meno curati rispetto al passato. Prodotti storici come l'absinthe Roquette 1797 mostravano differenze significative rispetto alle versioni precedenti, altri avevano differenze che chi le conosceva bene notava immediatamente, sia nel profilo aromatico che nella scelta delle materie prime. Molti assenziofili segnalavano queste involuzioni con crescente preoccupazione, e le conclusioni erano abbastanza univoche: Émile Pernot non era più la stessa distilleria di una volta.
La situazione era talmente evidente che, intorno al 2015, la distilleria stessa sembrò rendersene conto. E va riconosciuto: fu un gesto non scontato. Émile Pernot inviò campioni e bottiglie omaggio a diversi membri della comunità di esperti assenziofili, chiedendo esplicitamente feedback e opinioni, un atto che dimostrava consapevolezza del problema e, almeno nelle intenzioni, una genuina volontà di migliorare. Non tutte le distillerie avrebbero avuto l'umiltà di farlo.
I giudizi restituiti furono onesti e dettagliati: i difetti erano reali, la distanza dalla qualità degli anni d'oro era misurabile. La distilleria sostenne che le ricette non erano cambiate, attribuendo i problemi alla qualità delle erbe o ad aspetti del processo produttivo. Una risposta che lasciò molti scettici.
I campioni inviati erano leggermente migliori rispetto ai prodotti in commercio, il che suggeriva che la capacità tecnica non fosse del tutto perduta. Ma non bastò a invertire la percezione generale. E soprattutto, i miglioramenti sperati non si concretizzarono mai in modo convincente e stabile sugli scaffali. Nonostante le recensioni dettagliate e i consigli tecnici continuassero a circolare negli anni successivi, Émile Pernot non riuscì mai a ritrovare la qualità e la coerenza dei suoi anni migliori.
Il "caso Absinthe 666": un altro campanello d'allarme
Nel 2023 scrissi su questo sito un articolo critico sul lancio dell'Absinthe 66,6, un nuovo assenzio di Émile Pernot. Una campagna di marketing che strizzava l'occhio all'estetica provocatoria degli assenzi surrogati, lontana anni luce dall'identità sobria e artigianale che aveva reso grande il nome Emile Pernot.
Quell'articolo (Il nuovo Absinthe 666 di Emile Pernot: una campagna di marketing controversa) poteva sembrare eccessivamente severo. Oggi appare invece come un documento profetico.

Una distilleria che porta il proprio nome da oltre un secolo, che è sopravvissuta al proibizionismo del 1915 e a due conflitti mondiali, non ha bisogno di evocare il numero della Bestia per vendersi. Né di fare la parodia dell'assenzio surrogato (ci sono già abbastanza falsi assenzi in giro che usano marketing subdolo). Ha bisogno di fare buon assenzio. Punto. Il fatto che si sia scelto di percorrere quella strada racconta qualcosa di preciso: una perdita di fiducia nel prodotto stesso, compensata con la rumorosità del marketing.
Perché Émile Pernot e non le altre distillerie
Ci si potrebbe chiedere perché proprio la grande distilleria Les Fils d'Émile Pernot è andata alla rovina, mentre altre distillerie della stessa area geografica continuano a operare. La risposta non è semplice, ma alcuni elementi si combinano in modo quasi fatale.
- Il primo riguarda la struttura del debito. Il fatto che l'azienda fosse sotto piano di salvaguardia dal 2022/2023 significa che stava operando con un peso finanziario pregresso che i concorrenti non avevano. Mentre altre distillerie lavoravano con flussi di cassa propri, Émile Pernot doveva al tempo stesso produrre, vendere e rimborsare creditori. In questo regime, basta un piccolo calo delle vendite per far saltare le rate del piano di rientro, e la liquidazione diventa quasi automatica.
- Il secondo elemento è la dipendenza quasi totale dall'assenzio come prodotto di punta, in un mercato di nicchia, prestigioso ma volatile, e in continua lotta con imitazioni scadenti (assenzi surrogati) che ne sviliscono il nome agli occhi del consumatore inesperto. Confidare tutte le forze soltanto nella vendita di assenzio può essere molto rischioso: il margine di errore è minimo, e la fedeltà del cliente esigente va conquistata e mantenuta bottiglia dopo bottiglia.
Questo vale ancora di più quando i prodotti subiscono un evidente calo qualitativo e non arrivano novità capaci di compensarlo: nuove proposte interessanti, ben sviluppate e ben comunicate, che possano rinnovare l'attenzione della comunità e aprire nuovi segmenti di mercato. Senza queste leve, una distilleria che vive solo di assenzio si trova esposta senza rete.
Distillerie come Pierre Guy di Pontarlier possiedono una "cassaforte" che Émile Pernot non aveva in egual misura: il Pontarlier-Anis, aperitivo locale consumato quotidianamente in ogni bar del Doubs. Quella base di clienti locali e fedeli garantisce una liquidità costante e resistente alle mode. L'assenzio di alta gamma, rivolto all'export verso Stati Uniti, Giappone ed Europa, è invece un mercato sensibile all'inflazione, ai costi di spedizione e alle oscillazioni del gusto internazionale.
A rendere il quadro ancora più difficile, i dazi imposti dall'amministrazione Trump hanno di fatto bloccato o fortemente ridotto le vendite dirette dall'Europa verso il mercato americano, storicamente uno dei più ricettivi verso l'assenzio di qualità. Un colpo durissimo per chi, come Émile Pernot, aveva puntato sull'export come asse portante della propria strategia commerciale. E un problema che non riguarda solo la Francia, ma tutti i produttori assenzio (e non solo) europei. - A tutto questo si aggiunge il peso energetico. Distillare in alambicchi storici di rame è un'arte energivora.
Un problema che i produttori di assenzio surrogato non conoscono: loro si limitano a miscelare oli essenziali in alcol industriale, senza distillare nulla, senza alambicchi, senza costi energetici, senza la minima complessità artigianale. Fare le cose per bene ha un prezzo.Per chi invece, come Émile Pernot, distilla davvero, il rincaro del gas e dell'elettricità nel 2024/2025 ha colpito duramente. Per una distilleria già in difficoltà finanziaria l'effetto è stato moltiplicatore. Idem per le materie prime: chi operava con margini ridotti a causa dei debiti pregressi non ha avuto la capacità di assorbire gli aumenti.
- C'è infine una questione di posizionamento dimensionale. Émile Pernot si trovava in quella che potremmo chiamare una "terra di mezzo" pericolosa: troppo grande per avere i costi fissi minimi di una micro-distilleria artigianale, troppo piccola per avere il potere contrattuale o la rete distributiva dei grandi gruppi.
Le distillerie locali che resistono sono spesso realtà familiari compatte, oppure aziende che hanno saputo valorizzare il turismo esperienziale, con visite guidate, shop, eventi, come fonte di ricavo complementare. Anche Émile Pernot non era estranea a queste iniziative, organizzando ad esempio attività durante le Absinthiades, ma evidentemente non è bastato a compensare le difficoltà strutturali.
A queste considerazioni strutturali aggiungo una testimonianza diretta. Alcuni anni fa tentai personalmente di reintrodurre i prodotti Émile Pernot nel mercato italiano, avviando uno scambio di email con la distilleria e mettendoli in contatto con distributori locali.
L'esito fu deludente: accettavano esclusivamente ordini di grandissime quantità, incompatibili con le esigenze di distributori di nicchia in un mercato come quello italiano, dove l'assenzio autentico rimane un prodotto di fascia alta ma poco conosciuto, e sono richiesti volumi necessariamente ridotti.
I grandi distributori Horeca italiani, dal canto loro, sono generalmente poco interessati a prodotti che richiedono competenza, storia è qualità: hanno già i loro accordi consolidati con chi vende assenzio falso scadente a prezzi convenienti, e non hanno particolare motivo di complicarsi la vita. Restano quindi solo i piccoli distributori specializzati, gli unici disposti a investire tempo e credibilità su assenzio autentico, ma quelli, per definizione, non possono permettersi ordini industriali.
Una rigidità commerciale che, con il senno di poi, rivela una strategia di vendita inadatta alla realtà del mercato che si voleva servire.
L'eredità a rischio: alambicchi e marchi storici
La domanda più angosciante, per chi ama questo patrimonio, non è finanziaria. È materiale e culturale.
Sul fronte degli impianti: cosa ne sarà degli antichi alambicchi Egrot e Grangé custoditi nella distilleria? La ditta parigina Egrot, poi Egrot e Grangé, fu per decenni il costruttore di riferimento per gli alambicchi da absinthe nell'epoca d'oro della Fata Verde. I loro strumenti erano progettati specificamente per la distillazione dell'assenzio, con caratteristiche costruttive pensate per estrarre al meglio i profili aromatici delle erbe tipiche. Oggi quella ditta non esiste più e quei modelli non sono più in produzione: ogni esemplare superstite è quindi, a tutti gli effetti, un pezzo unico e irriproducibile.

Ma altrettanto preziosa è l'eredità dei marchi. Alcuni di essi, come l'absinthe Un Emile, il Roquette 1797 e il Vieux Pontarlier, erano diventati icone della rinascita dell'assenzio negli anni 2000, quando l'absinthe tornò legale e una nuova generazione di appassionati in tutto il mondo ne scoprì la complessità. Erano i prodotti che avevano messo Émile Pernot sulla mappa internazionale. Altri marchi, come l'Absinthe Emile Pernot Bourgeois, rappresentano invece un tentativo serio di ricostruzione storica, replicando ricette e stili degli assenzi del XIX secolo sulla base di documenti d'epoca. Nomi che non sono semplici etichette commerciali, ma veicoli di memoria e di ricerca.

Che fine faranno questi marchi? Potrebbero essere rilevati da altre distillerie che hanno intenzione di produrre assenzio autentico, e sarebbe il migliore degli esiti. Oppure potrebbero finire su bottiglie che non hanno nulla a che fare con la tradizione che li ha generati. È un rischio reale, e chi segue il settore lo conosce bene.
Sui social network, la notizia della liquidazione ha suscitato grande emozione tra gli abitanti della zona, con molte voci che chiedevano di salvare quello che considerano un patrimonio identitario della città e della regione. La distilleria porta il marchio "Entreprise du Patrimoine Vivant": un riconoscimento che ora suona quasi come un'ironia della sorte.
Gli scenari possibili
Con la liquidazione in corso e l'autorizzazione del tribunale a proseguire l'attività in attesa di un acquirente, si aprono essenzialmente quattro scenari.
- La ripresa da parte di un produttore del settore sarebbe lo scenario più auspicabile dal punto di vista della continuità produttiva, a patto che il nuovo proprietario abbia le competenze e la volontà di fare assenzio di qualità. Il rischio è che il nome Émile Pernot diventi un'etichetta svuotata, applicata a prodotti senza legame autentico con la tradizione che rappresenta.
- L'acquisizione da parte di un investitore esterno al settore è uno scenario già visto altrove: un gruppo finanziario o del lusso rileva un brand storico per il suo valore simbolico. I risultati, in questo campo, sono spesso deludenti per gli appassionati. Ma almeno preservano formalmente il marchio e, si spera, gli impianti.
- Un progetto locale di salvataggio sarebbe il più difficile da realizzare, ma probabilmente il più fedele allo spirito originario. La comunità di Pontarlier e del Haut-Doubs ha un legame profondo con questa storia, e non è da escludere che si formi una cordata, artigiani, appassionati, istituzioni, per tentare una rinascita su scala ridotta ma autentica.
- La liquidazione totale rimane il peggior scenario: nessun acquirente si fa avanti, il liquidatore procede alla vendita separata degli asset, gli alambicchi Egrot finiscono in collezioni private o musei, i marchi storici vengono acquistati da chi non ha intenzione di produrre nulla di degno, e un altro capitolo della storia dell'assenzio si chiude definitivamente.
Si potrà seguire l'iter (o presentare un'offerta) consultando il BODACC attraverso il numero SIREN 423111376. Pratica seguita dal liquidatore: Maître Pascal Guigon, SELARL Guigon Associés, Besançon.
Cosa ci insegna questa storia
Il caso Émile Pernot 2026 è uno specchio scomodo per l'intero settore dell'assenzio autentico.
Un brand storico non è un paracadute infinito. Un nome come Émile Pernot vale quanto i prodotti che porta: quando la qualità nel bicchiere scende, la storia nell'etichetta non basta a trattenere i clienti più esigenti, che sono esattamente quelli disposti a pagare di più. Le crisi finanziarie nei settori di nicchia hanno spesso radici qualitative e identitarie, ed è difficile non notare la correlazione temporale tra il calo della reputazione percepita, documentato già dal 2013-2014, e l'apertura delle procedure concorsuali avvenuta meno di un decennio dopo.
Una piccola distilleria con sei dipendenti ha margini di errore quasi nulli. Ogni scelta di prodotto, ogni campagna di marketing, ogni rigidità commerciale nei confronti di un potenziale partner distributivo, ogni rifiuto di adattarsi alle dimensioni reali del proprio mercato: tutto pesa, e tutto prima o poi si accumula.
E infine: il patrimonio materiale della distillazione: gli alambicchi, i ricettari, i marchi, i metodi... merita protezione attiva, non solo retorica. Speriamo che chi raccoglierà l'eredità di Émile Pernot, se qualcuno lo farà, capisca davvero cosa sta comprando, e cosa dovrà vendere.
Fonti: L'Est Républicain, France 3 Bourgogne-Franche-Comté, Société.com, societe.com BODACC (SIREN 423111376)
